Gerusalemme, parla fra Patton: “Ai pellegrini diciamo: venite””

Il Custode di Terra Santa a colloquio con mons. Giacometti sulle sfide della presenza francescano in Terra Santa

Gerusalemme – Gli avevo chiesto un po’ di tempo per un’intervista. Subito mi ha detto di sì, dandomi appuntamento presso la sede della Custodia della Terra Santa per un incontro molto cordiale. Anche se eravamo in una sala molto grande che poteva incutere soggezione, mi sono sentito subito a mio agio nella chiacchierata sui vari problemi della terra di Gesù.

Quando sono arrivati i Francescani qui in Terra Santa?

Nel 1217, 800 anni fa. Si trattava di un piccolo gruppo, guidato da frate Elia da Cortona. Avevano il compito di fondare una nuova provincia francescana d’oltremare.

E San Francesco non c’era?

No, verrà due anni dopo come pellegrino e missionario. Singolare è l’incontro con il sultano Malek-El-Kamil a Damietta, alle foci del Nilo, in Egitto. Era in atto in quegli anni la quinta crociata, come certificato da documenti francescani e testimonianze musulmane. Si può pensare, con sufficiente certezza, che il Santo, dopo l’incontro col Sultano e sulla via del ritorno, abbia potuto visitare i Luoghi Santi che custodiscono gelosamente la memoria del mistero dell’incarnazione, della passione, della morte e risurrezione del Signore Gesù. Questa esperienza lasciò un segno profondo in San Francesco: nei suoi scritti posteriori al 1220 ne troviamo molte tracce incancellabili e significative. Fra il resto parlerà per esempio della semplice e povera mangiatoia che accolse Gesù bambino appena nato a Betlemme.

Oggi la vostra presenza in Terra Santa come si esprime?

Le parrocchie “storiche” della Terra Santa sono affidate ai frati (Gerusalemme, Betlemme, Nazareth, Acco, Gerico e Cana). C’è quindi il regolare impegno parrocchiale nel servizio della carità da promuovere giorno per giorno sia verso i locali, cristiani e non cristiani, sia verso i pellegrini.

Quanti sono i santuari di cui avete la responsabilità?

Nel 1300 erano tre, dal 1600 sono via via aumentati. Oggi sono circa settanta.

Quanti sono i pellegrini che oggi visitano la Terra Santa?

Secondo il Central Bureau of Statistics nel 2017 dello Stato di Israele i turisti entrati quest’anno sono tre milioni e seicentomila (con un incremento del 25% nei confronti dell’anno precedente), di questi più della metà sono pellegrini. Attraverso il nostro ufficio che gestisce la prenotazione delle celebrazioni sappiamo che più di 400 mila pellegrini hanno celebrato durante l’anno nei santuari curati dalla Custodia.

In Terra Santa ci sono tante religioni: come vi rapportate con loro?

Nel corso dei secoli ci sono state fasi alterne anche tormentate. Oggi possiamo dire che generalmente c’è un clima molto positivo soprattutto in campo ecumenico, abbastanza buono anche sul versante del dialogo interreligioso. L’ecumenismo ha fatto un buon cammino superando positivamente con molte difficoltà.

E la vostra azione pastorale fra i giovani?

Noi riserviamo una importanza notevole alle scuole cattoliche, presenti in maniera capillare nelle varie parrocchie. Quindici scuole cattoliche con circa 10.000 studenti. Ci sono inoltre altre scuole cattoliche che fanno capo al Patriarcato Latino e ad altri Istituti religiosi maschili e femminili. Le scuole che si trovano in Israele beneficiano anche di un contributo statale, erogato in base a parametri oggettivi.

Chi frequenta queste scuole?

Soprattutto cristiani di tutte le confessioni e musulmani; in un caso abbiamo una scuola dove docenti e studenti sono ebrei, cristiani e musulmani. Queste scuole godono di un buon prestigio. Una pastorale giovanile senza le scuole cattoliche per noi non è pensabile.

In quali altri ambiti lavorate con i giovani?

Sono in aumento molti giovani pellegrini, ragazzi e ragazze che portano portano il loro entusiasmo, la loro curiosità e ricerca. Noi favoriamo incontri tra i giovani delle nostre parrocchie e quelli che arrivano qui come pellegrini, è un’esperienza significativa per entrambi. Ne nasce una “miscela” positivamente esplosiva che sorprende un po’ tutti. Si sentono più vicini di quello che potevano pensare.

In campo vocazionale si muove qualcosa?

In Terra Santa c’è un buon numero di sacerdoti diocesani, frati e religiosi e religiose di vari istituti. La situazione è migliore che in Italia e in altri Paesi del mondo, anche perché oltre alle vocazioni locali, qui c’è una presenza internazionale. L’età media dei sacerdoti a Gerusalemme è di 52 anni. Fra i giovani ci sono delle vocazioni e noi cerchiamo di offrire una formazione che li aiuti a perseverare e a dare la vita per amore di Gesù e della Chiesa. Ancora una parola: la storia della salvezza ha bisogno anche di una geografia della salvezza, perché gli eventi salvifici si realizzano sempre in un luogo concreto. Poter vedere la tomba di Gesù è un’esperienza che rafforza e talvolta fa nascere la fede! Una tomba vuota: sì, perché Gesù ha vinto la morte e il peccato e ha vinto per il mondo intero.

Questi confronti avvengono a quali livelli?

Principalmente in tre ambiti: nella spiritualità, soprattutto biblica; a livello sociale, con interventi operativi nelle sacche di povertà; nella ricerca dei luoghi sacri che insieme al Vangelo rappresentano insieme un aiuto forte per andare alle radici della fede.

Qual è il clima politico attuale?

Non sono emersi problemi nuovi. Lei mi diceva che in Italia i mass media sono preoccupati. Noi generalmente tranquillizziamo i pellegrini, ricordando che qui sono sempre rispettati e non corrono pericoli, anche quando ci sono momenti esterni di tensione o qualche episodio di violenza. Purtroppo oggi sappiamo che gli episodi di violenza ci sono ovunque, sono un altro aspetto della globalizzazione.

800 anni dopo, un bilancio sintetico della vostra presenza?

Senz’altro è positivo. Dalla visita di San Francesco siamo diventati parte viva della Terra Santa, ci sentiamo accettati a pieno titolo. PPaolo VI ci ha ricordato che questa Terra Santa è il Quinto Vangelo, ma ci ha ricordato anche che siamo qui per un disegno della divina Provvidenza! I pellegrini qui trovano i luoghi della nostra salvezza. Trovano poi anche piccole comunità in continuità con la prima comunità, quella di Gesù, che qui ha dato inizio alla Chiesa, che qui vive ininterrottamente fin dal mattino di Pentecoste!

Grazie di cuore, caro padre Patton con gli auguri più belli di tutti quei trentini che nutrono il desiderio di tornare in questa terra speciale. Sappiamo che la vostra fraternità internazionale non è scomparsa di fronte alle bombe di Siria e di Aleppo. No, i frati sono rimasti fedeli al loro posto, con i bambini, con le famiglie, con la gente. Questa fraternità internazionale, globale, è necessaria perché aiuta a superare la tentazione di chiudersi all’interno delle identità culturali, religiose ed etniche.

Umberto Giacometti

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