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Le riflessioni dei pellegrini trentini a Lourdes

“Nelle stanze degli affaticati, il senso della vita”

Sono stati quattro intensi giorni di silenzio, preghiera e vita comunitaria per i 310 partecipanti al pellegrinaggio diocesano a Lourdes, dal 1 al 4 settembre. Presente anch il vescovo Lauro, spesso chinato sui quaranta ammalati, assistiti da un centinaio di volontari fra medici, infermieri, dame e barrellieri, oltre a una decina di preti.

Parole chiave: Pellegrinaggio (389), Lourdes (16), Lauro Tisi (96), diocesi di Trento (1980), devozione (282), malati (24), anziani (1170)

In 300 con il vescovo Lauro per ricostruire comunità. A partire dalla condivisione della fragilità

Lourdes - In 300 al pellegrinaggio diocesano con Ospitalità Tridentina. - 09/2017

Lourdes - In 300 al pellegrinaggio diocesano con Ospitalità Tridentina. - 09/2017

Non c’è solo un santuario famoso in tutto al mondo a Lourdes. Per chi volesse fare una vacanza in questo luogo, unendo alla parte spirituale un po’ di turismo, basterebbe guardare i dépliant degli hotel o esplorare internet.

Perché allora trecento persone scelgono di trascorrere le loro giornate tra una celebrazione e una riflessione personale, tra una visita alla grotta delle apparizioni e altre attività simili? Cosa caratterizza un pellegrinaggio, anzi un pellegrinaggio diocesano?

Un rapido giro tra i partecipanti, nel breve viaggio che separa Lourdes dal suo aeroporto, ci permette di raccogliere alcune parole. Un pellegrinaggio è per ringraziare, di avvenimenti importanti ma anche di una quotidianità percorsa superando piano piano le fatiche. È un’esperienza che lascia il segno, qualcosa che ricarica l’esistenza.

E un pellegrinaggio “diocesano”? Cosa comporta quell’aggettivo che rimanda ad una realtà concreta, quella di una Chiesa locale, di cui facciamo parte e che rappresenta il tessuto vivente della nostra esperienza di cristiani?

È qualcosa che va al di là del vissuto personale – riflettono ancora i pellegrini trentini - è uno sperimentare concretamente l’essere comunità, sorelle e fratelli, come ci è stato ricordato spesso, che vivono per alcuni giorni una fraternità più piena.

Partecipare ad un pellegrinaggio diocesano è come ritessere i fili del nostro rapporto con gli altri attraverso momenti forti vissuti insieme: la celebrazione dell’Eucaristia e la Via Crucis, la Riconciliazione dentro tempi più distesi, l’Olio degli infermi (e non solo per quelli che della malattia portano i segni esterni), la processione e l’adorazione eucaristica, la fiaccolata e la preghiera del Rosario, ma anche i passaggi più personali alla grotta di Massabielle o alle piscine. Un ricostruire comunità che non si chiude nel tempo del pellegrinaggio, ma vuole e deve durare anche dopo, perché ciò che si è sperimentato non è un evento a sé ma una storia che continua nella vita.

Tre elementi importanti segnalano i pellegrini: anzitutto la presenza degli ammalati con i quali si condivide il viaggio e l’esperienza, ad aiutarci a prendere più confidenza con la fragilità che è in noi e a portarla non da soli. Poi (ma dove il poi è solo una necessità lessicale) tutti coloro che degli infermi si prendono cura, medici, infermieri, dame e barellieri (e tra loro, per la nostra gioia, un bel gruppo di giovani), a ricordarci la sollecitudine di Gesù verso i malati che i Vangeli ci raccontano e a invogliarci a fare la nostra parte.

Infine (che è un “in principio”, perché apre qualcosa che diventerà consuetudine, così ci ha promesso) l’esserci del nostro Vescovo Lauro, per la prima volta a Lourdes da vescovo. Accogliente e sorridente, in ascolto pieno di chi gli chiedeva attenzione, curvato spesso su chi era costretto in carrozzella dalla malattia, con una parola forte e profonda capace di scuotere, in preghiera comunitaria e personale. Di fianco ad ognuno, pronto a fare spazio, ad imitazione di quel Dio di cui ci parla sempre.

“Leggere la storia partendo dalle stanze di chi fa fatica”, l'esortazione dell'Arcivescovo in apertura del pellegrinaggio. “In un mondo che vive in superficie, si rischia di definirsi intorno al fare e all'avere, mentre questi volti ti rimandano subito a quello che è essenziale per una vita: avere relazioni e volti con cui condividerla”. Dunque non basta parlare dei vinti, ma occorre stare con i vinti: “Entrare negli ospedali, visitare una famiglia in difficoltà, parlare con chi non ha da dormire, accompagnare chi vive un disagio psichico, bisogna starci dentro. Desidero che anche la nostra Chiesa frequenti i luoghi dei vinti, perché può portare un aiuto ma soprattutto perché può essere educata da loro, che le ricordano il motivo per cui esiste. Che non è di essere una grande organizzazione benefica, ma di essere una comunità che attraverso la relazione mostra agli uomini cosa vuol dire essere testimoni del Signore”.

“Nelle stanze degli affaticati, il senso della vita”
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