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COOPERAZIONE Il bilancio di un anno di attività del progetto "Trentino Frutticolo Sostenibile", che tiene insieme formazione, ricerca e innovazione

La lunga strada della sostenibilità

I risultati delle azioni messe in atto nel corso del primo anno del progetto Trentino Frutticolo Sostenibile, avviato dall’Apot, l’Associazione Produttori Ortofrutticoli Trentini. Qualche sorpresa dall’indagine sul significato di “sostenibilità” per il consumatore europeo di mele.

Insieme alla salubrità del prodotto, è condizione irrinunciabile per confrontarsi oggi sul mercato internazionale

Frutteti innevati. Foto Gianni Zotta

Frutteti innevati. Foto Gianni Zotta

Sarà pur vero che l’erba del vicino è sempre la più verde, ma per le mele no, così non è. Per i consumatori è importante che il prodotto sia coltivato dal contadino più vicino a casa, una circostanza che trasmette fiducia e garanzia di salubrità più dell'indicazione sul tipo di coltivazione, biologica, integrata o biodinamica che sia. Lo dice il sondaggio svolto dall'osservatorio Agroter per conto dell'Apot su un campione di 1.500 consumatori spagnoli, tedeschi e danesi, che è stato illustrato nel corso di una conferenza stampa mercoledì 10 gennaio nella sede della Federazione trentina della Cooperazione. L’occasione, la presentazione dei risultati delle azioni messe in atto nel corso del primo anno del progetto Trentino Frutticolo Sostenibile, avviato nella primavera del 2016 dall’Apot, l’Associazione Produttori Ortofrutticoli Trentini, che rappresenta i consorzi Melinda, La Trentina, Sft – Società Frutticoltori Trento, Società Frutticoltori Aldeno e la cooperativa Copag, con 6.294 soci produttori con 8.961 ettari di meleti. L’indagine ha voluto approfondire il significato di “sostenibilità” per il consumatore europeo di mele e riserva qualche sorpresa: se è vero infatti che la provenienza da produzione biologica è importante - lo dice il 59% degli intervistati danesi, il 57% degli spagnoli ed il 56% dei tedeschi -, a parità di prezzo, è importante pure che una mela provenga dal produttore vicino a casa per il 59% dei danesi, per il 52% degli spagnoli e per il 64% dei tedeschi. Tanto da far dire all'assessore provinciale all'agricoltura, Michele Dallapiccola, che "dobbiamo liberarci della chimera del biologico perché non è la panacea di tutti i mali” (vedi nella pagina a fronte). Il vero tema per Dallapiccola è quello della sostenibilità. Zolfo e verderame, utilizzati nell’agricoltura biologica, ha spiegato, sono agrofarmaci, sia pure naturali e non di sintesi, con un determinato impatto. Ecco allora la necessità di cambiare prospettiva, valutando le situazioni da caso a caso, di luogo in luogo, a seconda della valle in cui si trova una determinata coltura. L’obiettivo è puntare “al ridotto o nullo utilizzo di agrofarmaci, ma attraverso la ricerca e la sostenibilità". Resta peraltro confermato l’interesse della Provincia Autonoma di Trento a incrementare la produzione biologica, che è una delle carte da giocare nella direzione della sostenibilità. Nel 2015 gli ettari coltivati a biologico in Trentino erano 401, poco meno del doppio di quelli censiti dieci anni fa, nel 2005 (252 ettari, saliti a 270 nel 2010). La previsione è di arrivare a 800 ettari entro il 2022, con l'incremento della quota delle varietà resistenti. Ma la strada maestra indicata da Dallapiccola è quella della ricerca di elementi di sintesi che l’ambiente e la microfauna siano in grado di metabolizzare. Del resto, la salubrità del prodotto e la sostenibilità, ha ricordato Ennio Magnani, presidente di Apot, sono irrinunciabili per confrontarsi sul mercato internazionale. La ricerca e l’innovazione dovranno sostenere e realizzare progetti in grado di garantire “un futuro al nostro territorio e alle nuove generazioni".

Particolare soddisfazione è stata espressa per il progetto Meleto Pedonabile Sostenibile, frutto della collaborazione tra l’Apot, la Fondazione Edmund Mach e il Cif – Consorzio Innovazione Frutta, centro di ricerca privato voluto da Apot e Fem per rispondere alla necessità del mondo produttivo di innovare le varietà attualmente coltivate. Il progetto, sulla base di un campionamento delle aree frutticole del Trentino, ha messo in luce un livello di biodiversità del suolo decisamente soddisfacente. Un altro nuovo progetto nel segno della sostenibilità è stato presentato per favorire il rilancio della Susina di Dro e valutare l’efficacia del controllo biologico della mosca mediterranea con il rilascio di nemici naturali. E prosegue il progetto di ricerca tra Assomela e la Libera Università di Bolzano che hanno avviato un percorso triennale (2017-2019) verso il miglioramento delle condizioni di uso dell’acqua in agricoltura e la predisposizione di un “indice di qualità“ ambientale e produttivo per il sistema frutteto.

Alla domanda sui risultati economici di questo sforzo nella direzione della sostenibilità ambientale, la risposta è stata lapidaria: senza questo percorso, ha detto Magnani, non sarebbe possibile, oggi, stare sul mercato. E’ la sostenibilità, è stato detto, che ci rende credibili sul mercato internazionale; la precondizione per reggere il confronto con i competitori in Europa, ha aggiunto Dellacasa, è dimostrare che siamo diversi dagli altri. Se occorre, ha anticipato il direttore di Apot, Alessandro Dalpiaz, anche puntando alla certificazione sociale. Oltre all’informazione su qualità e prezzo dei prodotti, sul loro impatto ambientale, assume infatti sempre più peso la richiesta di informazione sulle modalità di produzione: il prodotto che si acquista è stato prodotto nel rispetto dei diritti di chi lavora? E’ un aspetto al quale prestano sempre più attenzione anche le grandi catene della distribuzione organizzata.

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