C’è un piccolo, minuscolo popolo che sta soffrendo terribilmente. E’ a rischio sterminio. Non è esagerato dirlo. Contro la piccola comunità Rohingya, minoranza musulmana, è in atto una persecuzione che non conosce fine.

Papa Francesco compirà un viaggio apostolico in Myanmar (ex Birmania) dal 27 al 30 novembre prossimi. Una voce dall’interno del Paese tornato in questi giorni alla ribalta delle cronache internazionali per le vicende della minoranza musulmana Rohingya.

Sulla (non troppo) immaginaria carta geografica d’Europa disegnata da Jean-Claude Juncker sono indicati Stati e città rigorosamente divisi – come si farebbe sulla lavagna scolastica – tra buoni e cattivi.

L'orrore della guerra non ha spento il sorriso di padre Ibrahim, che con semplicità francescana trasmette ai microfoni di Trentino inBlu parole cariche di speranza: “Ogni giorno ad Aleppo scorgo segni della Provvidenza.

La vita e la testimonianza cristiana di padre Fabio Garbari, trentino di Trento, una laurea in veterinaria, una possibile brillante carriera e poi invece la scelta definitiva della Bolivia, “stregato” dal monito evangelico “chi vuol perdere la propria vita, la ritroverà”.

Dal dicembre scorso le armi tacciono ad Aleppo. A Trento la testimonianza del francescano padre Ibrahim Alsabagh.

Paese che vai questioni autonomistiche che trovi, verrebbe da osservare prendendo in considerazione il Marocco e le rivendicazioni dei berberi. A fare notizia è la questione della regione montuosa del Rif, dove da tempo sta montando la protesta contro il governo centrale di Rabat. Una protesta, soprattutto, al femminile.

Il dibattito pubblico nazionale di quest’estate è stato contraddistinto da un duro attacco alle Ong che portano soccorso ai migranti nel Mediterraneo e da una forte delegittimazione mediatica di chi è impegnato nell'accoglienza in Italia.