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La testimonianza del “Basaglia d'Africa”

“Aiutateci a togliere le catene”

A Varone dai Verbiti dal testimonianza del laico beninese Gregoire Ahongbonon, pioniere della “liberazione” di tanti malati psichici in Africa.

Percorsi: Benin - salute mentale
Parole chiave: territorio (16699)
Gregoire Ahongbonon ospite lunedì sera dai Verbiti per gli incontri del ciclo “Scrutare orizzonti” (foto di Carlo Rossi)

A Varone dai Verbiti dal testimonianza del laico beninese Gregoire Ahongbonon, pioniere della “liberazione” di tanti malati psichici in Africa

Quella catena, simbolo tragico della schiavitù che da anni tiene prigionieri dei pregiudizi i malati psichici in molti Paesi africani, Gregoire Ahongbonon la porta con sé in una borsa anche in questo nuovo giro di sensibilizzazione in Europa. E lunedì, nella Sala del Dialogo di Varone, ospite dei Verbiti e del progetto locale “Piazza della Costituzione”, l’ha mostrata con commozione ricordando uno dei primi malati strappati dalla segregazione in cui la sua famiglia lo aveva tenuto per anni. “Signore, non so come ringraziarvi. Non capisco – gli disse quel giovane che poi morì di setticemia, ma almeno in modo dignitoso – perché i miei genitori mi hanno fatto questo, io non sono cattivo...”. In quel ragazzo “inchiodato” alla croce dell’esclusione sociale, come in molti altri reclusi nei cosiddetti “campi di preghiera” anche da sette multinazionali che hanno interesse a scambiare il disagio mentale per possessione diabolica, Gregoire vede il volto del Cristo crocifisso. E il suo sguardo d’amore, coltivato nella preghiera in questi 25 anni che lo hanno visto “liberare” dalle catene un migliaio di persone e soccorrere oltre 60 mila malati negli oltre 50 centri da lui avviati con volontari e operatori dell’associazione San Camillo de Lellis in Togo, Benin, Costa d’Avorio e Burkina Faso, conquista per profondità e semplicità chiunque ne ascolta dal vivo la testimonianza, raccontata come se fosse la prima volta: “Non mi interessa colpirvi con delle immagini scioccanti – ha spiegato ancora una volta all’inizio dell’incontro introdotto da padre Gianfranco Maronese e dalla dott.ssa Maria Cristina Rizzonelli – vorrei che capiste che i malati di mente sono una vergogna per l’Africa e l’umanità; ma siamo noi a dover provare vergogna e ognuno deve mobilitarsi. Non è un problema africano, ci interpella tutti come persone”.

E’ un convertito questo sessantacinquenne del Benin, che dopo aver perso il lavoro come riparatore di gomme e noleggiatore di taxi,  sull’orlo del suicidio, è stato salvato da un amico missionario e da un pellegrinaggio in Terra Santa nel 1982.  Premette ad ogni incontro: “Quanto stiamo facendo, con l’aiuto di mia moglie Leontine e dei miei sei figli (la più piccola sta studiando psichiatria, ndr) è solo la conseguenza di quell’amore di Cristo che ci spinge a cercare i poveri fra i più poveri. “Ero malato e mi avete visitato…”, la frase del vangelo di Marco che campeggia sul primo dei tanti centri di accoglienza che è riuscito ad aprire, anche con il coinvolgimento di ex malati che prestano il loro servizio, richiamandoci l’esperienza della psichiatria trentina che valorizza gli UFE, gli utenti familiari esperti.

Anche se è ingiusto cercare paragoni improponibili, le intuizioni del “Basaglia d’Africa” (com’è stato definito in omaggio allo psichiatra italiano che nel 1978 promosse l’abolizione dei manicomi) vanno nella direzione di un coinvolgimento della comunità (“è decisivo”, ci ha confermato a Varone) per abbattere i pregiudizi sociali verso gli intoccabili e anche per rivedere ataviche credenze verso la malattia come una colpa o  un frutto di superstizione.  “Anche la somministrazione degli psicofarmarci – osserva lo psichiatra italiano Eugenio Borgna nella prefazione del libro di Rodolfo Casadei “Gregoire, quando la fede spezza le catene” (Edito da EMI) – non è mai sganciata da un contesto di accoglienza e di gentilezza, indirizzate  a tener conto dei modi di comportarsi delle famiglie, sollecitate a prender parte al processo di cura e, se possibile, di guarigione”.

Colpisce la profondità spirituale e anche la radicalità coraggiosa con cui questo carismatico laico del Benin, definito nel 2015 “Africano dell’anno” e destinato a diventare un punto di riferimento per il cattolicesimo africano (i vescovi hanno riconosciuto la sua Fraternità), sta riuscendo a coinvolgere molti altri per tranciare le catene di una schiavitù finora dimenticata e punta ora anche ad estendere la sua attività fra i tossicodipendenti, perché spesso il disagio mentale viene alimentato dalle droghe e dalla segregazione. “Non si tratta solo di curare una persona, ma di salvarla, di riscoprire la propria dignità di uomo”. Appoggiato

“Quest’opera viene da Dio, non sono io che l’ho voluta. Io ho solo cercato Gesù nei poveri. Io non sono solo che un piccolo riparatore di pneumatici, non ho fatto studi medici, non sono un guaritore. Da solo non avrei fatto nulla…per questo vi prego di pregare. E’ il primo modo, poi viene l’aiuto economico, di aiutarmi a togliere delle catene…”.

“Aiutateci a togliere le catene”
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