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IL REPORTAGE

Nel Togo di Maria “Auxiliadora”

C’è una Madre Teresa di Calcutta trentina in Africa. Si chiama Maria Assunta Zecchini, ha 80 anni, vive a Lomé in Togo da quarantacinque e tutti i giorni accoglie decine di malati nel piccolo dispensario intitolato a “Maria Auxiliadora”.

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Da 45 anni Maria Assunta Zecchini accoglie tanti ammalati, donne e bambini in un piccolo dispensario

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Lomé (Togo), maggio – C’è una Madre Teresa di Calcutta trentina in Africa. Si chiama Maria Assunta Zecchini, ha 80 anni, vive a Lomé in Togo da quarantacinque e tutti i giorni accoglie decine di malati nel piccolo dispensario vicino all’istituto dei Salesiani. È intitolato a “Maria Auxiliadora” perché fu avviato dai Salesiani spagnoli. Adesso la gestione è passata di mano, ai Salesiani togolesi. Il dispensario sarebbe stato probabilmente chiuso se Maria Assunta Zecchini, Maria “Auxiliadora”, non se lo fosse caricato sulle spalle e con la caparbietà delle donne trentine non si fosse imposta di tenerlo aperto. Ad ogni costo, perché i bisogni sono infiniti come le gocce della risacca. L’oceano è a due passi, ogni goccia è un caso umano e ogni caso umano meriterebbe la copertina e con essa l’attenzione di chi nell’opulenza pontifica che gli africani vanno aiutati a casa loro. Da altri, possibilmente.

Come Maria Assunta Zecchini che si rimbocca le maniche ogni giorno, dalle 5 del mattino a pomeriggio inoltrato. “Perché se non apri il dispensario alle 5 e mezza, chi deve andare al lavoro non può venire qui per le analisi, i prelievi, le visite. Molti abbandonerebbero le cure”.

Ti guarda diritto negli occhi con quegli occhi cerulei, dentro un volto sorridente contornato da una ciocca di capelli bianchi.   

Maria è originaria di Molina di Ledro, paese che ha lasciato in gioventù per frequentare gli studi e diplomarsi infermiera all’ospedale “Niguarda” di Milano. Ha lavorato alcuni anni all’ospedale di Riva del Garda ma le fu fatale un incontro con il gesuita Livio Passalacqua. “Mi ero rivolta a lui per un consiglio. Mi sarebbe piaciuto partire per dare una mano in Africa. Ero titubante. La mia famiglia poi non era per nulla soddisfatta. P. Livio mi disse semplicemente: segui la tua strada e vai”.

Era il 1968, un secolo fa.

Doveva essere un’esperienza di qualche mese, forse qualche anno. In Africa, Maria ha trovato l’uomo della sua vita, il medico pediatra togolese Jean Assimady, un’autorità in campo sanitario. L’ha sposato. Li ha separati la morte nel 2011 e lei ha deciso di proseguire, anche in sua memoria. Non hanno avuto figli. A ogni buon conto Maria aveva già adottato, dandole il cognome, una bambina orfana di qui.  La mamma della piccola morì di parto. Adesso Francesca è una donna, si è sposata con un infermiere italiano, ha quattro bambine e vive in provincia di Verona. La vita è un’andata e un ritorno.

Maria è rimasta a Lomé. A fare l’”Auxiliadora” e ad allevare altre decine di bambini, più che se fossero stati suoi.

“Sono venuta a Afagnàn nel 1968 con la Mirina Pasqualini. Ero stata in Nigeria, durante la guerra del Biafra, con la sorella del P. Sironi che era alle Laste. E poi dopo quattro anni passati in Val di Ledro, quando è morto mio papà ho deciso di tornare in Africa. E sono arrivata qui”.

Che cos’è il “mal d’Africa”?

“Non so se c’è un mal d’Africa, ma se esiste quello ce l’ho io. È qualcosa che ti attira, è la gente, non lo so. È qualcosa di diverso da tutto”.

Che cosa chiede al Trentino, alla comunità di origine?

“Già fa molto, l’aiuto più grande io l’ho dalla mia Val di Ledro e poi c’è un’associazione di Riva del Garda, “Solidarmondo”, che si occupa bene di noi. Sono loro che provvedono a coordinare la rete di aiuti, mandano ogni anno un container alle suore della Provvidenza a Kouvé, con materiale anche per noi: cibo e altro. Poi ci sono molti amici, dalla Mirina a sua sorella Annamaria, all’ing. Zontini a Barbara, che sono sempre pronti a venire in aiuto”.

Come si svolge una giornata-tipo qui al dispensario?

“Cominciamo alle cinque e mezza perché ci sono malati che hanno il diabete o l’ipertensione ma hanno anche un lavoro. Se arrivi tardi perdono il lavoro e loro non vengono più. Allora, per loro veniamo presto, facciamo i prelievi, le visite prima dell’alba. È un po’ dura, sia per loro come per noi, ma loro ci chiedono questo. Abbiamo provato a spostare le ore ma non era possibile. Poi ci occupiamo degli altri finché c’è qualcuno da visitare, da aiutare. Il lunedì c’è il neurologo; il martedì e mercoledì c’è la diabetologa. Abbiamo anche un chinese-terapeuta che viene a fare i massaggi perché ci sono molti pazienti colpiti da ictus ed emiparesi”.

Nel dispensario di Maria Assunta Zecchini, “africana” della Val di Ledro, passano uomini e donne, mamme e bambini. I soldi non bastano mai. Quando qualche anno fa l’arcivescovo Bressan le diede 500 euro perché comprasse un climatizzatore (qui la temperatura supera spesso i 33 gradi, l’umidità fa il resto), la Maria di Molina spese quel denaro per comprare medicine. “Ma non fatelo sapere a mons. Bressan, sennò magari si arrabbia”.

Come Maria, “africana trentina”, anche i pochi medici sono volontari in questo dispensario dell’Auxiliadora. Da quando è in pensione, Il dott. Augustin Kokodoko, che ha studiato all’Università cattolica, a Roma, opera qui un paio di giorni la settimana: “Abbiamo il problema della malaria, forme infettive, parassiti. Io sono neurologo e vedo anche patologie legate alla mia specialità. Abbiamo parecchi casi di neuropatie, emiparesi correlate al SIDA (AIDS, in francese). Abbiamo un po’ di tutto. Poi vediamo problemi di ginecologia. Stamattina, per esempio, è arrivata una giovane donna con un tumore al seno. Un seno smisurato. Non si riesce a operarla perché, maledettamente, le chiedono soldi che lei e la sua famiglia non possono avere”.

Solo per l’intervento dovrebbe pagare millecinquecento euro. Un’enormità, qui, dove il salario mensile non supera i 50-60 euro.

Hélène ha trent’anni e quattro figli. L’ultimo, uno scricciolo di poco più di un mese, è tenuto in braccio dalla nonna che ha accompagnato la figlia al dispensario per prendere il latte perché Hélène, malata di cancro, non può allattare. Ti guarda con due occhi di una tristezza infinita. Maria la accarezza. Ha gli occhi velati di lacrime. La prossima settimana arriverà dall’Italia il denaro per la sua operazione. Un caso fra migliaia. Ma da qualche parte qualcuno deve pur cominciare.

Alberto Folgheraiter

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