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Il libro di Loretta Rocchetti che ha raccolto le valutazioni di chi opera nelle Rsa

Lo sguardo di chi si prende cura

Loretta Rocchetti ha raccolto le emozioni e le valutazioni di chi opera nelle Rsa: un'analisi che ci riguarda tutti.

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Loretta Rocchetti ha raccolto le emozioni e le valutazioni di chi opera nelle Rsa: un'analisi che ci riguarda tutti

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Osservare le residenze sanitarie e gli anziani ospiti attraverso il punto di vista degli operatori sanitari: i loro bisogni, le loro difficoltà e le loro gioie. È questo il senso del libro “Negli occhi di chi cura. L'accompagnamento nelle ultime fasi della vita in RSA” scritto dalla dottoressa Loretta Rocchetti (Edizioni Erikson, 2017) e curato dall'Unione provinciale istituzioni per l'assistenza (Upipa). L'autrice, che è stata medico di base per tanti anni ed ha conseguito un dottorato di ricerca in bioetica a Bruxelles, opera come volontaria della Fondazione Hospice Trentino Onlus ed ha presentato la ricerca ai microfoni di radio Trentino inBlu.

Dott.ssa Rocchetti, come nasce questo lavoro?

Da una serie di corsi, organizzati da Upipa, ai quali hanno partecipato 217 operatori tra infermieri, Oss, educatori e assistenti sociali. Il libro non fa numeri e statistiche, ma raccoglie testimonianze che i partecipanti erano chiamati a scrivere. Al termine dei corsi mi sono ritrovata con una ricchezza di sguardi che non poteva rimanere abbandonata. Era come se il faldone di testi mi chiamasse per trovare una nuova vita, per essere restituito.

Che cosa caratterizza la quotidianità degli operatori in RSA?

Fare l'infermiere o l'operatore in casa di riposo non è come farlo in ospedale. Si tratta di trovare l'equilibrio del prendersi cura tra assistenza e terapia, con persone che non sono più completamente autonome ma che, di fatto, non hanno bisogno del medico. Lo sguardo, quindi, deve essere diverso da quello che hai avuto durante gli studi.

I destinatari del volume però non sono solo medici, infermieri e oss...

No, mi auguro che la lettura di questi vissuti serva anche a noi tutti che - a causa dei trend demografici, con famiglie sempre più piccole e la vita che si allunga - abbiamo sempre più probabilità di finire la nostra vita in casa di riposo. Leggendo il libro si può capire chi sono queste persone che si prenderanno cura di noi. Sono persone con una ricchezza di domande filosofiche che non ti aspetti.

“Negli occhi di chi cura”: da dove viene il titolo?

Sono state le voci degli operatori a suggerirlo. Spesso li ho sentiti dire: “Quella persona non parlava ma con gli occhi mi faceva capire che...”. Inoltre volevamo sottolineare che la nostra non è una ricerca scientifica, ma una raccolta di emozioni.

Che rapporto c'è fra motivazioni del singolo e organizzazione?

E' decisiva la preparazione, la sensibilità e anche la motivazione di ogni addetto alla cura; altrettanto importante però è il sistema organizzativo che può mettere ognuno nelle condizioni migliori per svolgere il proprio compito o, al contrario, che lo costringe a non potersi esprimere con ordine, serenità e umanità.

Lavorare in Rsa è totalizzante. Come si fa a trovare l'equilibrio tra coinvolgimento nella cura e vita privata?

Lavorare in situazioni di estrema fragilità ti porta a portare a casa il lavoro. La giornata non finisce quando si timbra il cartellino. Dall'altra, come meccanismo di difesa, c'è il rischio di cadere nella routine e diventare insensibile. È facile dire che gli operatori devono trovare la giusta vicinanza, quando in realtà avrebbero bisogno di aiuto. Io faccio volontariato nelle cure palliative: lì ad esempio gli operatori hanno uno psicologo, una supervisione, mentre quelli della RSA no, nonostante siano ugualmente a contatto con il fine vite. Nel momento della morte dell'ospite, poi, si mal sopporta che ciò avvenga nella solitudine. È una contraddizione perché si va in casa di riposo proprio per non restare soli: e invece a volte capita, anche a causa dei turni e gli operatori lo soffrono.

Nell'opinione pubblica si sente parlare di una sorta di “accanimento terapeutico” in certe residenze sanitarie. Secondo lei c'è qualcosa di vero, ben sapendo che non si può generalizzare?

Se non c'è comunicazione con gli operatori rispetto a quello che si fa sugli ospiti a volte si rischia di non capire bene, di vedere accanimento terapeutico quando invece l'intervento dal punto di vista clinico è indicato. La medicina non è matematica, perché c'è di mezzo la componente umana. Di fronte a un intervento dubbio è la proporzionalità della cura che fa la differenza e anche il desiderio, la volontà, del paziente. Ecco perché è importante chiedere agli anziani e ai famigliari la loro opinione come la pensano.

Con personale sempre meno numeroso però non è facile ritagliarsi il tempo per l'ascolto...

In realtà in una casa di riposo, dove la degenza media è lunga, ci sarebbe tutto il tempo per raccogliere le verbalizzazioni libere, senza per questo diventare notai. Invece, gli ospiti purtroppo vengono consultati raramente, si preferisce sentire i parenti. I volontari, che hanno più tempo a disposizione, in questo frangente potrebbero aiutare. Solo ascoltando chi è più debole, l'assistenza diventa arricchente.

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