Fatti e opinioni

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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

Gentiloni festeggia i cento giorni al governo e i commentatori si interrogano sulla sua tenuta e sul grado di consenso di cui è titolare. L’elenco delle cose sospese non è difficile da fare.

L’allontanarsi della scadenza elettorale per il rinnovo del parlamento non aiuta la sistemazione della politica italiana entro binari di sia pure relativa razionalità.

Al momento la strategia che sembra dominante è quella di blindare il governo tenendolo fuori della contesa interna al PD. Persino gli scissionisti del nuovo MDP sono sostanzialmente su questa linea.

Ci si interroga sul significato della scissione avvenuta nel PD e sulle conseguenze che potrà avere nella gestione della nostra crisi attuale.

Un PD indebolito da una scissione all’elettorato non può che apparire un mix di folklore passatista (inni, bandiere rosse e quant’altro) e di protagonismi di personalità che altro carisma non riescono a dimostrare se non quello di chi si candida ad abbattere l’odiato sovrano.

Chi si aspettava una direzione del Partito Democratico capace di fare chiarezza sul futuro di questo partito sarà rimasto deluso. E' andato in scena un teatrino in cui quasi tutti hanno recitato la parte che ci si aspettava mettessero in scena.

Le forze politiche in campo sbandierano la prima o la seconda delle alternative che abbiamo presentato, guardandosi bene dall’ammettere che purtroppo è vera anche l’altra.

La situazione che abbiamo davanti è dunque quanto mai complicata: avremmo bisogno di un governo autorevole, ma l’attesa spasmodica della resa dei conti elettorali ci impedisce di averlo.

L’attesa di un sistema elettorale proporzionale non fa certo aumentare le spinte alla riaggregazione dei gruppi politici, quanto piuttosto lascia intravvedere la possibilità di nuove fratture.

A parole abbondano quelli che invocano le urne, da Salvini, a Grillo, ai renziani; a parole ci sono altri che invocano prudenza (Berlusconi, Alfano, ecc.). In realtà nessuno è in grado di capire come si evolverà la situazione e dunque vorrebbero la botte piena (le elezioni) e la moglie ubriaca (il rinvio del momento della verità).

La domanda che domina su tutte è quella che per certi aspetti ha meno a che fare con le questioni strutturali con cui saremo chiamati a misurarci. Ci si chiede infatti se e quando l’Italia andrà al voto.

Più d’uno aveva creduto che il governo Gentiloni sarebbe stato una specie di comitato per l’ordinaria amministrazione. Peccato che non siamo in tempi di ordinaria amministrazione per cui quello scenario diventa sempre più problematico.

L’avvio del nuovo governo Gentiloni è stato accolto in complesso con grande scetticismo. In genere si riconoscono le qualità del nuovo premier, ma il suo governo appare una replica di quello precedente e per di più è sospettato di essere sotto la tutela diretta di Renzi. A noi la realtà sembra più complicata.

Chi pensava che il voto per il referendum potesse sbloccare il paese dovrà ricredersi: la situazione che si profila è quella di un sistema incartato, dove quasi tutti mentono sulle loro reali intenzioni perché l’unica preoccupazione è come stracciare gli avversari. Del futuro del paese si fanno carico in pochissimi.

Dopo otto mesi di discussione sui pregi e difetti della riforma costituzionale, o più banalmente se questa poteva o no essere l’occasione buona per mandare a casa Renzi, ecco che ci si risveglia pensando che magari non tutto è così semplice e automatico come potrebbe sembrare.