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La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La nota politica di Paolo Pombeni, docente all'Università di Bologna, storico e politologo.

La manovra di bilancio è stata approvata dal Consiglio dei ministri con la consueta sceneggiatura di trionfalismi, inclusi quelli del premier Conte e aggiungendoci un inaspettato numeretto di Tria che si è assunto la corresponsabilità di tutto smentendo qualsiasi ipotesi di dimissioni. La domanda che ci si deve porre è se si tratti di una manovra che affronta in qualche modo la crisi che continua ad interessare il nostro paese. La risposta è negativa.

Il governo ha imboccato una strada piuttosto rischiosa: la scelta di sfidare l’Unione Europea fidando sul fatto che una Commissione a fine mandato e con scarse possibilità di riconferma abbia poche possibilità di mettersi di traverso sulle scelte di uno stato membro.

Difficile non stupirsi di fronte ad un governo pasticcione come quello attuale. Il caso del decreto legge sul ponte Morandi, approvato, “salvo intese”, il 12 settembre e che ancora martedì 25 non aveva visto la luce è esemplare..

E’ difficile essere ottimisti di fronte allo spettacolo che sta offrendo la nostra classe politica, tanto di governo quanto di opposizione. L’unica cosa che le unisce è la confusione totale in cui si stanno muovendo.

La vecchia battuta “si sparli di me purché si parli” sembra essere il faro del governo giallo-verde che non cessa di tenere il centro della scena con rappresentazioni ed annunci. La vicenda della comunicazione dei giudici a Salvini circa l’apertura di una inchiesta a suo carico è emblematica.

Nelle stanze del governo si sta lavorando ormai al documento di economia e finanza (il famoso e famigerato DEF) che porta alla stesura del bilancio di previsione 2019. E’ il passaggio che tutti attendono, operatori economici (con le note agenzie di rating), leader politici, uffici di Bruxelles e osservatori internazionali,.

I due vicepremier Di Maio e Salvini si danno da fare per mantenere alta la tensione su tutto e per trasmettere l’impressione che sia in atto una specie di grande rivoluzione nella politica italiana. Il premier Conte è un desaparecido, che ogni tanto viene timidamente in scena .

Il governo giallo-verde (o giallo-blu se si vuole sottolineare il nuovo ruolo di Salvini rispetto alla tradizione della Lega prima versione) inizia a misurarsi con l’onere di governare. Governare è qualcosa di più che far passare provvedimenti bandiera: significa gestire la complicata attività istituzionale che deve o dovrebbe portare il paese ad ottenere buoni risultati .

L’amore per la politica muscolare sta facendo enormi danni. Ormai non si ragiona più da nessuna parte, ma si procede per proclami e l’assegnare la qualifica di buoni o di cattivi dipende più da pregiudizi e da false coscienze che da serie analisi della situazione. Il caso più facile per verificare questa affermazione è la spinosa questione dei migranti. In tempi di cambiamenti lo spazio per ragionare si riduce e si preferisce guardare alla raccolta a breve del consenso.

Bisognerebbe avere il coraggio di dirlo: siamo ormai un paese senza politica. Almeno se intendiamo “politica” in un senso pieno, come capacità di governare il confronto fra la vita associata (la polis) e le contingenze storiche in cui ti tocca vivere. Non possiamo certo chiamare politica quello che Salvini sta facendo.

La crisi dell’Unione Europea non dovrebbe essere presa sotto gamba. Non è questione di sentimentalismo europeista, anzi è stato proprio quel sentimentalismo che ci ha portato alla attuale decadenza. Che la costruzione scricchiolasse lo si stava già vedendo da tempo.

I ballottaggi nelle elezioni dei sindaci confermano una lettura già emersa dopo le urne del 4 marzo: si è di fronte alla domanda di cambiamento di una classe politica che è stata giudicata ormai esaurita nella sua capacità di rispondere ai problemi del momento.

Salvini continua imperterrito a lavorare per tenere il centro della scena: si tratti di immigrati da respingere, rom da censire, flat tax da introdurre, legge Fornero da cambiare, tutto fa brodo per guadagnarsi spazio sui mezzi di comunicazione. Secondo i sondaggi, la “pancia” del paese gli va dietro,.

Il can can mediatico sulla questione della nave Aquarius a cui Salvini ha vietato l’attracco in un porto italiano rivela una fiera delle ipocrisie.

Conte non è riuscito a cancellare l’impressione di essere fortemente condizionato da Salvini (debordante) e da Di Maio (più composto), ma non ci vorrà molto per capire se si tratta solo di un effetto rodaggio o se quella sarà la sua modalità di marcia.

A furia di esagerare in parole e opere il duo Di Maio-Salvini sembra sia riuscito ad infilarsi in una trappola. Ne sono usciti con l'accordo sul nome di un premier "terzo".