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Il governo alla prova dei fatti

Il governo giallo-verde (o giallo-blu se si vuole sottolineare il nuovo ruolo di Salvini rispetto alla tradizione della Lega prima versione) inizia a misurarsi con l’onere di governare. Governare è qualcosa di più che far passare provvedimenti bandiera: significa gestire la complicata attività istituzionale che deve o dovrebbe portare il paese ad ottenere buoni risultati .

Parole chiave: politica (1677), governo (302)

Governare è qualcosa di più che far passare provvedimenti bandiera

Come era largamente atteso il governo giallo-verde (o giallo-blu se si vuole sottolineare il nuovo ruolo di Salvini rispetto alla tradizione della Lega prima versione) inizia a misurarsi con l’onere di governare. Governare è qualcosa di più che far passare provvedimenti bandiera: significa gestire la complicata attività istituzionale che deve o dovrebbe portare il paese ad ottenere buoni risultati.

Al momento la nuova maggioranza non sta dando grande prova in questo lavoro. L’unico intervento legislativo messo per ora in campo, il decreto omnibus pomposamente definito “decreto dignità”, non ha convinto per capacità di incidere realmente: troppi i fronti aperti, confuse le strategie di intervento, molte le piccole furberie per adattare i “principi” agli interessi di questa o quella corporazione. L’iter di convalida del testo sembra confermare abbondantemente questo giudizio.

Sull’azione concreta di governo è anche peggio. Salvini non sa occuparsi che di annunci sulla questione dell’immigrazione, per essere poi di fatto contenuto dai ministri tecnici (Moavero in primis). Va detto che l’incapacità di gestire il tema da parte della UE e degli altri governi europei, con l’aggiunta del protagonismo a buon mercato di qualche ONG, agevolano molto il vicepremier leghista a tenere il campo in un terreno che per il momento è più che altro verbale.

Per la verità Salvini lavora incessantemente anche alla gestione di quello che una volta si sarebbe chiamato “sottogoverno”, cioè l’occupazione delle poltrone pubbliche, trascinando nel suo gorgo Di Maio e i Cinque Stelle: una azione che richiama la immarcescibile tradizione dei politici della prima e seconda repubblica, ma che non nuocerà certo ai due partiti, che i sondaggi danno complessivamente al 60% dei suffragi. La distribuzione delle poltrone serve per accreditarsi con i gruppi dirigenti della cosiddetta società civile, come appunto ha insegnato la storia di tutti i partiti italiani, mentre per il grosso dell’opinione pubblica sono questioni di scarso interesse perché riguardano ambienti molto ristretti a cui la gente normale non ha accesso (e dunque non spostano consensi elettorali).

Però Di Maio non può illudersi che tutto sia così semplice come sembra tendere a pensare. La sua gestione di dossier pesanti e complessi come l’Alitalia, l’Ilva, il gasdotto pugliese, e, per ora sullo sfondo, la TAV non è stata brillante. Gli ha certo consentito di pareggiare le presenza TV con l’onnipresente Salvini, ma mentre questo conciona su temi demagogici sui quali è abbastanza facile imbrogliare le carte, il leader pentastellato deve mostrare di sapersi districare in situazioni assai complicate dove è impossibile ragionare in termini di bianco e di nero.

Si tratta in tutti i casi di questioni che non solo riguardano posti di lavoro, ma che hanno costi impressionanti in termini di penali se non si riuscisse a venire a capo dei progetti in campo, nonché in termini di perdita di risorse economiche. Tutti nodi che verranno presto al pettine quando in autunno si dovrà stendere il bilancio preventivo per il prossimo anno. Il ministro Tria non si stanca di ripetere che tutto deve essere fatto senza compromettere la tenuta dei conti pubblici e l’illusione che si possano guadagnare spazi di manovra con una flessibilità sul debito pubblico ottenuta con licenza da Bruxelles svanirà molto presto.

Salvini e Di Maio ogni tanto mandano messaggi minacciosi a Tria, ma sanno benissimo che non esistono margini di manovra, perché forzare la mano significherebbe pagare il prezzo di un attacco internazionale alla nostra economia, cosa che i due partiti al 60% non possono permettersi se vogliono vedere confermato il loro consenso alle elezioni europee della prossima primavera.

E’ perciò probabile che dopo un po’ di fuochi d’artificio verbali durante l’estate (da sempre stagione propizia per questi giochetti politici) in autunno si trovi la strada per lasciar andare le scelte politiche lungo i consueti canali dell’aggiustamento, magari cercando di contrabbandarli per innovative scelte in controtendenza rispetto al passato.

Anche questa è una tattica già molto sperimentata dalle forze politiche del nostro paese, anche se, in tempi più o meno lunghi, hanno poi pagato per esse prezzi più che salati.

Il governo alla prova dei fatti
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