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L’ora dei veleni e della tattica

E’ passato lo tsunami elettorale e si fanno i conti delle macerie. In casa PD, come è ovvio, mentre a casa dell’altro grande sconfitto, Berlusconi, non si sa bene cosa facciano. I due vincitori, Di Maio e Salvini, per ora festeggiano, anche se non calcolano esattamente quanto a lungo potrà durare la festa.

Parole chiave: politica (1650), elezioni (654)

E’ passato lo tsunami elettorale e si fanno i conti delle macerie. In casa PD, come è ovvio, mentre a casa dell’altro grande sconfitto, Berlusconi, non si sa bene cosa facciano. I due vincitori, Di Maio e Salvini, per ora festeggiano, anche se non calcolano esattamente quanto a lungo potrà durare la festa, perché adesso c’è da inventarsi una strategia per massimizzare i risultati ottenuti e non è certo facile.

Il PD è in grande confusione, perché il suo segretario sembra preda al suo irrefrenabile ego che lo porta a drammatizzare su di sé ogni evento. Non contento di avere gestito in maniera pessima la composizione delle candidature, privilegiando suoi uomini e donne, pescando dalla società civile solo “maschere” e non personalità, non organizzando la loro presenza come squadra, ha messo in scena la pantomima delle dimissioni ritardate e della presenza/assenza alla prossima direzione del partito. Una tattica che non gioverà certo a fargli riguadagnare centralità e soprattutto credibilità.

In verità non si capisce la fretta di annunciare subito quale sarà la scelta del partito di fronte al problema spinoso di un parlamento senza maggioranza per formare un governo. Il no pregiudiziale a qualsiasi ipotesi di intesa vuoi con Cinque Stelle vuoi con la coalizione di centrodestra dovrebbe essere spiegato con la proposta di una diversa soluzione per uscire dall’impasse di un paese che non può restare senza governo, né, visto come sono andate le elezioni, può davvero andare avanti a lungo col governo Gentiloni.

A Renzi sarebbe convenuto stare zitto e dire che si sarebbe stati a vedere come in concreto si sarebbero comportati sia i pentastellati sia il centrodestra. C’era tutto lo spazio per costringerli ad uscire dal vago e di conseguenza avere eventualmente buone o buonissime ragioni per sottrarsi all’ipotesi di dover dare sostegno in qualche forma ad uno dei due “forni”. Oppure, se proprio voleva provare ad escludere a priori un coinvolgimento come stampella ad una delle due alternative, impegnarsi a guidare il PD ad una pronuncia a favore di un governo di tregua senza etichette di partito.

Intendiamoci, sono tutte scelte deboli, perché si tratterebbe in ogni caso di governi in balia dei venti di un parlamento inquieto e in fibrillazione come sarà quello uscito dalle urne. Tuttavia è anche evidente che qualche scelta bisognerà pur farla, e allora o si aspetta di vedere cosa succederà o si immagina da subito una soluzione credibile e ce la si intesta preventivamente.

Se qualche amico di Renzi legge almeno i giornali, dovrebbe aver visto cosa è successo in Germania al leader della SPD Martin Schultz che dopo le elezioni era corso a proclamare a destra e a sinistra che mai avrebbe fatto una grande coalizione con la CDU. Come si sa, ha dovuto rimangiarsi tutto perché gli è stato fatto autorevolmente presente dal Presidente della Repubblica (che era stato membro importante del suo partito) che non si poteva immaginare che un grande paese come la Germania restasse senza un saldo governo.

Figurarsi se l’Italia, paese che di problemi ne ha tantissimi e che ha un debito pubblico mostruoso da far finanziare sui mercati internazionali, potrebbe davvero permettersi di restare senza governo per un lungo periodo. Altrettanto improbabile è che la soluzione possa essere un precipitoso ritorno alle elezioni, con questa legge elettorale e con tutti i rischi di una campagna ancora peggiore di quella già brutta appena terminata.

I bene informati spiegano che Renzi da un lato non sopportava l’idea di vedersi addebitata in toto la sconfitta (per questo ha accusato più o meno velatamente di non essere stato lasciato libero di condurre la battaglia a suo modo) e dall’altro temeva che si consolidassero correnti alternative che, grazie ad alleanze con altre forze parlamentari, lo mettessero fuori gioco se non definitivamente almeno per un lungo tempo.

Può darsi che tutto ciò risponda più o meno al vero, ma resta il fatto che non sono comportamenti da leader politico, ma da politicante tattico di modesta levatura. Sarebbe per lui una fine ingloriosa. Farsi accecare dal proprio ego non porta fortuna: dovrebbe averlo visto osservando D’Alema, ma almeno quello ha un’altra età, mentre lui è abbastanza giovane da poter contare su un tempo di rinascita.

L’ora dei veleni e della tattica
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