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Una politica incartata

A furia di mettere paletti qua e là da parte di tutti si sarebbe finiti per incartarsi, ma adesso la previsione è diventata una realtà che si tocca con mano e che ha potenziali effetti dirompenti nel futuro prossimo .

Parole chiave: politica (1658), partiti (103), governo (289)

In questo impasse, a Mattarella si chiedono miracoli che non è in grado di fare

Non che ci volesse molto per prevedere che a furia di mettere paletti qua e là da parte di tutti si sarebbe finiti per incartarsi, ma adesso la previsione è diventata una realtà che si tocca con mano e che ha potenziali effetti dirompenti nel futuro prossimo. Non è facile pensare che gli elettori, dopo essersi buttati a sostenere gli alfieri di un cambiamento che non sono stati in grado di realizzare torneranno a votarli prendendo per buone le spiegazioni per cui ciascuno afferma che la colpa è solo degli “altri”. Di qui un orizzonte politico quanto mai incerto e problematico.

Vediamo di fare con ordine un po’ di analisi. Il punto di partenza è che ognuno dei tre attori principali si è dimostrato più preoccupato di salvare pro futuro la propria narrazione elettorale che non di gestire il difficile passaggio che il paese ha davanti. I Cinque Stelle sono disposti a parlare con tutti a patto che accettino le loro proposte (incluse le loro preclusioni) e li appoggino nella scalata alla guida del governo: anche la persona più digiuna di politica capisce che sono premesse che non portano lontano. Salvini e il centrodestra sono disposti a parlare solo con M5S a patto che questi lasci loro la direzione del governo e dichiari che ha le sue stesse idee su tutte le riforme simboliche presentate in campagna elettorale (jobs act, legge Fornero, flat tax, ecc.). Anche qui è facile dire che pretendono troppo.

Il PD non si sa bene cosa sia e cosa voglia. Secondo i renziani nelle loro varie gradazioni non si può parlare con nessuno perché nessuno è disposto a riconoscere che il loro PD ha fatto grandi cose che non possono essere messe in questione. Come dire: vorremmo che gli altri riconoscessero che hanno preso più voti di noi solo perché gli elettori non capiscono bene quel che fanno. Secondo i non renziani di varia osservanza, il PD dovrebbe dialogare con M5S anche se riconoscono a priori che con loro sarà praticamente impossibile trovare un accordo. Anche questo un comportamento non proprio facile da capire.

Per di più per questo partito sembra difficilissimo aprire un ragionamento sul perché del loro crollo di credibilità, che è alla base di quello elettorale. Possibile che, tanto per fare un esempio, nessuno chieda alla Serracchiani come mai nel Friuli che ha presieduto il candidato di centrodestra ha doppiato in consensi il suo successore (mentre non mancano quelli che sostengono che se fosse rimasta candidata lei sarebbe andata anche peggio)? Al contrario secondo alcuni l’on. Serracchiani sarebbe un buon candidato alla segreteria del PD quando si farà (forse) il congresso.

La questione non è di quelle secondarie, visto che fra giugno e ottobre si preparano nuove tornate di elezioni amministrative e regionali, sicché dovrebbe essere considerato urgente mettere mano al rinnovamento delle rappresentanze anziché star lì a battersi a colpi di sceneggiate televisive e di tweet fra i vari capi clan.

La debolezza della posizione del PD è un elemento cruciale della crisi attuale perché sposta tutto sul duello Di Maio vs. Salvini, che in verità potrà essere eventualmente risolto solo con un nuovo ricorso alle elezioni. Come abbiamo più volte spiegato questa soluzione è però impossibile nel breve periodo. Innanzitutto per la difficoltà di votare in autunno col rischio di andare al bilancio provvisorio, in secondo luogo perché per avere una buona probabilità di rendere decisivo il ricorso alle urne bisogna fare insieme sia una riforma della legge elettorale, sia una riforma di alcuni punti del sistema costituzionale. Aggiungere una riga al Rosatellum che preveda che la lista o la coalizione che ha più voti prende un premio di maggioranza può dirlo Salvini tanto per fare un po’ di confusione, ma sarebbe incostituzionale senza almeno: a) stabilire che una sola delle Camere dà la fiducia; b) stabilire quale sia la soglia che consentirebbe di far scattare il premio (difficile sotto il 40%, e qui lo scontro fra premio alla lista e premio alla coalizione diventerebbe incomponibile visto che i 5S non possono fare la coalizione e Salvini senza la coalizione quella soglia se la sogna). Ci sarebbero altri punti, ma fermiamoci qui.

In questo impasse, a Mattarella si chiedono miracoli che non è in grado di fare. Un governo di tregua può uscire solo da un accordo generale fra tutti i partiti, ma sembra arduo che possa realizzarsi senza che tutti concordino di entrare nella preparazione per le prossime elezioni a media scadenza senza accettare ciascuno di cospargersi il capo di cenere.

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