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Una politica rischiosa (a dir poco)

Il governo ha imboccato una strada piuttosto rischiosa: la scelta di sfidare l’Unione Europea fidando sul fatto che una Commissione a fine mandato e con scarse possibilità di riconferma abbia poche possibilità di mettersi di traverso sulle scelte di uno stato membro.

Parole chiave: politica (1676), governo (301), finanza pubblica (6), manovra (17), Europa (524)

Ecco cosa mette in difficoltà il governo nella sua trattativa o peggio nel suo braccio di ferro con Bruxelles

Il governo ha imboccato una strada piuttosto rischiosa: la scelta di sfidare l’Unione Europea fidando sul fatto che una Commissione a fine mandato e con scarse possibilità di riconferma abbia poche possibilità di mettersi di traverso sulle scelte di uno stato membro non di secondo livello. Questo soprattutto nella convinzione di avere qualche arma per costringere la Commissione a muoversi con cautela perché la manovra avrebbe un carattere “espansivo” che può neutralizzare gli effetti di sforamento del deficit programmato.

E’ quanto sostiene il ministro Savona che pare l’ultimo difensore di un keynesismo di routine (forse il penultimo, perché davanti c’è il professor Sapelli). In realtà il problema che dovrebbe porsi anche chi condivide l’idea che comunque la spesa crei circuito che stimola la produzione di ricchezza e che dunque convenga stimolarla anche ricorrendo al debito è se ci sono le condizioni perché si avveri quanto è previsto sulla carta. Non è un gioco di parole, ma semplicemente la consapevolezza che il famoso “moltiplicatore” funziona in condizioni economiche di efficienza, cioè esattamente quel che è dubbio esista in Italia.

Prendiamo la ormai famosa faccenda del reddito di cittadinanza. Funzionerà se si tratta di una manovra temporanea a sostegno di una mancanza di lavoro non imputabile al soggetto: la ratio è che accanto al sussidio lo Stato trovi al soggetto il lavoro che non ha.

Il compito dovrebbe essere assolto dai centri per l’impiego e qui sorgono due problemi. Il primo è che nella maggior parte dei casi sono carrozzoni malfunzionanti (una percentuale sproporzionata è per esempio allocata in Sicilia dove non ha prodotto pressoché nulla) a cui i datori di lavoro in cerca di personale tendono a non rivolgersi. Chi scrive può testimoniare che non al Sud, ma a Bologna ad un giovane che si è rivolto a loro per essere sostenuto nella ricerca di un posto è stato risposto che tenesse costantemente d’occhio su internet i siti dove offrono lavoro: un servizio per il quale non serve pagare a tempo pieno e stabilmente un addetto. 

Il secondo problema è dato dal fatto che, come ha fatto notare la segretaria della CISL Furlan, se il lavoro non c’è è impossibile che anche il più efficiente fra i centri per l’impiego possa assegnarlo. In pratica se non si creano posti di lavoro si dovrà distribuire reddito di cittadinanza per lungo tempo e questo il bilancio dello Stato non riesce a reggerlo.

Ecco dunque cosa mette in difficoltà il governo nella sua trattativa o peggio nel suo braccio di ferro con Bruxelles. Che siamo un paese messo male in termini di efficienza dell’apparato pubblico lo sanno tutti, anzi molti l’hanno toccato con mano venendo in Italia. Dunque sarà difficile convincere i funzionari europei che abbiamo il retroterra per affrontare politiche economiche audaci. Temiamo che ci si muova nella antica logica italiana del “noi vorremmo, ma la gente ormai è esasperata e se vogliamo evitare guai bisogna venirle incontro”. E’ una tattica che nella storia non ha portato molta fortuna: visto che l’anno prossimo ricorre il centenario rileggersi come è finita a Versailles sbandierando questi argomenti.

Il governo al momento sembra non dare alcun peso a questi argomenti oscillando fra chi continua a fare il bullo come Salvini ripetendo frasi che ha orecchiato sui libri che raccontano di tempi passati (per fortuna), chi come Di Maio mischia intemerate anti europee e improbabili affermazioni del tipo “glielo spiego poi io e li convinco” e chi, come Tria, per dovere di status ripropone la leggenda di una manovra con contenuti espansivi (ma si vede bene che è il primo a dubitarne).

In queste condizioni non si sa come possa andare a finire. Difficilmente la Commissione ci farà sconti proprio perché è a fine corsa e dunque non vuole lasciare con la responsabilità di non avere sanzionato una manovra che mette a rischio la tenuta dell’Unione. Altrettanto difficile che quelli che si immaginano come i futuri dominatori del nuovo parlamento siano disposti a mettere a rischio la tenuta delle loro economie per far un favore al sovranismo miope dei populisti italiani. Davvero qualcuno vede i populisti tedeschi, austriaci, francesi, polacchi, ecc. convincere le loro popolazioni ad accettare indebolimenti dei loro redditi per sostenere i fratelli italiani in difficoltà?

Sono domande banali che qualcuno potrebbe anche porsi seriamente. Per correttezza bisogna dire che non vediamo neppure nei nostri partner, sovranisti o europeisti che siano una qualche volontà di sostenere le attuali opposizioni: manca la convinzione che queste siano in grado di stabilizzare realmente il nostro paese. Non si riconosce loro né capacità di leadership, né lungimiranza intellettuale.

Insomma: un panorama desolante.

Una politica rischiosa (a dir poco)
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