In dialogo con Pier
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La morte e la memoria

Negli ultimi decenni il nostro atteggiamento verso la morte è molto cambiato. Per esempio si è diffusa la cremazione e anche l’usanza di tenere le ceneri dei propri cari in casa. I cimiteri perdono una delle loro funzioni, cioè quella di conservare la memoria...

Parole chiave: cimitero (51), memoria (354), defunti (21)

Il pericolo oggi evidente consiste nella “privatizzazione” della morte

Negli ultimi decenni il nostro atteggiamento verso la morte è molto cambiato. Per esempio si è diffusa la cremazione e anche l’usanza di tenere le ceneri dei propri cari in casa. Di converso i cimiteri, al di là delle convinzioni personali (religiose o meno), perdono una delle loro funzioni, cioè quella di conservare la memoria. Occorrerebbe forse ripensare la forma stessa dei cimiteri, a cominciare dalla loro struttura architettonica, magari aumentando la presenza del verde e della natura, con progetti più simili a parchi della rimembranza che a distese di lapidi. Tu cosa ne pensi?

Alessandro

Mi ricordo ancora le polemiche di qualche anno fa, quando l’amministrazione comunale di Trento aveva adibito una piccola parte del cimitero cittadino alle sepolture delle persone di religione islamica. Tristi manifestazioni di odio contro il diverso: per qualcuno neppure di fronte alla morte siamo tutti uguali.

Comincio così la mia risposta per sottolineare come il cimitero sia prima di tutto un’istituzione civile che rispecchia in qualche modo la società dei “vivi”. Successivamente diventa il “camposanto” in cui una dimensione religiosa è sempre presente. È un luogo di memoria e di preghiera. Andando avanti negli anni credo che questi due aspetti non possano essere disgiunti, al di là delle convinzioni personali come dici tu. In effetti le lapidi e le tombe rivelano anche all’esterno le diverse visioni del mondo che convivono in quest’epoca globalizzata; nello stesso tempo le differenze scemano a fronte dell’imperativo del ricordo. Così memoria e preghiera, atteggiamento laico e religioso, in un certo senso si fondono insieme.

Il pericolo che oggi mi sembra evidente consiste nella “privatizzazione” della morte. Molto spesso, quasi sempre, si conclude l’esistenza in un’anonima stanza di ospedale. Le esequie si organizzano in fretta. E dopo la sepoltura o la cremazione, la consuetudine di andare a trovare in cimitero i propri cari defunti sta andando ormai fuori moda. Di converso ecco la “liberalizzazione” dei riti funebri e pure del modo di conservare i cadaveri o le ceneri. Addirittura sta prendendo piede il cimitero virtuale dove il corpo letteralmente sparisce al momento stesso della morte o anche prima.

Credo che il problema maggiore riguardi proprio la perdita assoluta di una dimensione collettiva. Fino a poco tempo fa, dopo un periodo di circa 10 anni dalla sepoltura, si doveva procedere alla riesumazione dei resti (che poi venivano inceneriti) per lasciare il posto ad altri. Anche in cimitero si stava stretti, molto stretti. Così però scompariva tutto, non restava neppure “un sasso e un nome” in grado di ricordare il passaggio terreno di una persona. Ora, con la diffusione della cremazione, ci sono molti più spazi liberi. Ma la questione dell’assenza di un effettivo luogo della rimembranza si fa sentire.

Sappiamo che il destino del nostro corpo è quello di ritornare alla terra. Anche la stessa memoria non può durare più di due o tre generazioni. Per gli uomini famosi questo tempo si può anche allungare, può attraversare i secoli, addirittura i millenni. Ma alla fine, come recitano alcuni versi del carme “Dei sepolcri” di Ugo Foscolo, resta ben poco: “e involve/ Tutte cose l’obblio nella sua notte;/ E una forza operosa le affatica/ Di moto in moto”.

Una memoria collettiva è quindi necessaria, anche attraverso il ripensamento della struttura architettonica del cimitero. A prescindere dalla presenza o meno dei resti o delle ceneri, sarebbe bello che per un tempo abbastanza lungo -sui 100 anni - i nomi dei defunti vengano scritti su lapidi commemorative, magari divise per famiglie o per quartieri, per mantenere una dimensione di comunità. In secondo luogo, come dici tu, si potrebbe aggiungere molto più verde, a testimonianza di una vita che continua, pur in una dimensione diversa. Potrebbe/dovrebbe diventare un luogo in cui si impara il raccoglimento.

Non si tratta di pensare a un cimitero sincretistico, in cui alle croci si sostituiscono gli alberi o i monumenti privi di simboli religiosi. Niente di tutto questo, benché occorra superare quelle divisioni che in passato hanno per esempio portato alla creazione di cimiteri “acattolici” per marcare le distanze. Alla fine della vita per tutti si aprono le porte del mistero. Il camposanto diventa la soglia tra la memoria e il futuro. L’annuncio cristiano si innesta su questa visione: la morte non ha l’ultima parola, perché il passato resta ma viene redento, recuperato.

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