In dialogo con Pier
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In dialogo con Pier

Un’assemblea celebrante

Nella nostra parrocchia ci stiamo interrogando, con qualche fatica, convocati dal Consiglio Pastorale, su come diventare "un'assemblea celebrante".

Parole chiave: Santa Messa (3), liturgia (85), laici (66)

Per qualcuno, a Messa, le cose vanno bene così, non c'è nulla da cambiare. Per chi è lì per assolvere il precetto, l'importante è che la celebrazione sia breve. Che l'omelia sia un discorso unidirezionale, dal pulpito ai banchi, con i laici in silenzio, non fa problema. Nella nostra parrocchia, Sant'Antonio e Sacro Cuore di Trento, ci stiamo interrogando, con qualche fatica, convocati dal Consiglio Pastorale, su come diventare "un'assemblea celebrante". Per Karl Barth la Bibbia, la Parola di Dio, va letta con il giornale sul banco, con i laici protagonisti. Tu come pensi "un'assemblea celebrante"?

Laura Mollari

Prima di entrare nel vivo della questione, a mio avviso è necessario fare due considerazioni preliminari. Negli ultimi decenni si è concentrata nella santa Messa quasi tutta la vita cristiana. Se togliamo le attività caritative, ciò che è rimasto della comunità si riunisce intorno alla mensa eucaristica che diventa l’unico momento di preghiera e di incontro. Se così si può dire, dalla Messa ci “aspettiamo” un po’ di tutto: che sia una liturgia ispiratrice di raccoglimento e spiritualità; che sia l’occasione per ascoltare la Parola di Dio ma anche per sentire un commento interpretativo ed edificante; che sia gioiosa, ma anche riflessiva; che sia momento di confronto tra i membri della comunità. Insomma tenere insieme tutto questo è molto difficile.

In secondo luogo, come faceva notare Romano Guardini, viviamo una crisi della liturgia perché la nostra capacità simbolica si è rattrappita. La fiamma di una candela, il profumo dell’incenso, la foggia dei paramenti (che aveva affascinato don Milani!), un canto corale, una processione, una sequenza particolare, una cantata di Bach, hanno perso molto del loro significato evocativo. Eppure la Messa dovrebbe avvicinarci a Dio anche attraverso la ritualità. La predicazione di Gesù è critica verso un rito religioso eseguito senza fede, senza buone intenzioni, dimenticando i poveri e gli oppressi. Tuttavia anche Gesù andava alla Sinagoga e al Tempio, compiva gesti rituali come per esempio la cena pasquale (con la mensa, le benedizioni, l’inno…) che ricordiamo proprio in questi giorni.

Oggi però liquidiamo troppo in fretta qualsiasi rito come formale, inautentico, a volte addirittura superstizioso. Insomma un retaggio di una vecchia religiosità. Eppure la liturgia dovrebbe essere un “assaggio” dei beni celesti, un anticipo dell’armonia del Regno di Dio che, benché “per speculum et in aenigmate”, possiamo sperimentare anche qui. Prima di essere “assemblea celebrante” la Messa dovrebbe essere una liturgia che non solo ci aiuta ad avvicinarci a Dio, ma che ci fa comprendere ed accogliere il movimento opposto, cioè quello della presenza di Dio che viene a noi.

Spesso dimentichiamo che quest’ultimo sarebbe l’aspetto davvero centrale. Scriveva infatti il teologo svizzero (come Karl Barth) von Balthasar alcuni lustri fa: “Si deve sicuramente escludere tutto ciò che può sviare la comunità dall’attenzione a Dio e alla sua venuta e far rivolgere lo sguardo a se stessa”. Il pericolo è quello di misurare la riuscita di una celebrazione a seconda del grado di partecipazione dei presenti: “Vi sono comunità che, forse inconsciamente, celebrano più se stesse che Dio”. Questa tendenza aumenta “impercettibilmente ma necessariamente quando si fa fioca la sua fede nella realtà dell’avvenimento eucaristico”. Pure l’omelia dovrebbe avere questo unico scopo, tenere desta “l’attenzione di tutti (e dello stesso predicatore) sul mistero che si celebra”.

Detto questo i fedeli non sono e non possono essere meri spettatori. Intanto affinché l’assemblea diventi celebrante, dovrebbe innanzitutto partecipare attivamente ai vari momenti in cui è prevista la sua partecipazione: quante volte nelle nostre chiese accade che nessuno canti, pochissimi recitino le preghiere comuni, o rispondano al sacerdote… Non credo che la Messa sia il luogo del dibattito. Il problema semmai è far capire ai fedeli – e spesso anche al sacerdote – il loro ruolo esteriore e forse interiore.

Purtroppo nella comunità cristiana non esistono altre occasioni di confronto in nessun altro momento. Poche volte si convocano assemblee comunitarie, poche sono le possibilità di vera discussione e crescita reciproca magari non su questioni amministrative e burocratiche, ma sulla fede. Quando si può parlare di problemi più scottanti non solo ecclesiali ma anche politici, per non essere avulsi dalla realtà? Quasi mai.

Durante la Messa forse dovrebbe essere dato più spazio alla “preghiera dei fedeli” che è dei fedeli ma è anche preghiera, non occasione per interloquire con il celebrante o l’assemblea.

Anche al Vescovo Lauro sta molto a cuore la qualità della partecipazione alle funzioni, preferendo non mantenere troppe Messe per gruppi sempre più ristretti, ma insistendo sulla centralità dell’eucaristia che deve essere accompagnata adeguatamente da tutte le altre parti della liturgia.

Un’assemblea celebrante
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