La salute dopo gli anta
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La salute dopo gli anta

La visita del medico in reparto

Anche il tempo di attesa di un esame, di un test che magari si allunga fino a diventare macigno nella giornata del paziente, non può essere sottovalutato.

Parole chiave: Salute (966), sanità (577), rubrica (5)

SOMM: E' doveroso ritagliare il tempo per offrire informazioni spesso emotivamente pesanti su diagnosi e prognosi. La relazione con chi soffre è irrinunciabile

Lei, dott. Noro, è un primario e quindi voglio chiederle che cosa deve attendersi il malato anziano dal "giro dei medici" che nei giorni feriali arrivano spesso accompagnati da giovani specializzandi. Lo dico perchè talvolta il dialogo è molto limitato, oppure poco comprensibile, e il malato rimane con molte domande irrisolte.

Lettera firmata

L’organizzazione dei reparti di medicina e, ovviamente, del reparto di geriatria prevede dei tempi giornalieri da dedicare ai colloqui con i pazienti e con i famigliari. Tuttavia, ci rendiamo noi stessi ben conto come spesso da parte nostra ci sia della fretta nel praticare questa attività di dialogo quotidiano.
A parziale nostra discolpa, posso garantire che il medico nella sua giornata-tipo
è sottoposto ad una notevole pressione per tante attività con tempistiche sempre stringenti, prenotazione di esami e visite per i diversi pazienti o gestione di ricoveri e dimissioni. In questo nostro forcing quotidiano - ma ribadisco: non è una scusante – è possibile che a volte si lascino i parenti con una sensazione di insoddisfazione al termine dei nostri colloqui. Può capitare di ingenerare incomprensione laddove si era creduto di essere stati chiari ed esaustivi, per quanto succinti. E in questo senso, per rispondere al lettore, mi rendo conto che talora “il re è nudo”: anche il medico ha i suoi limiti!

Ovviare a queste mancanze è tanto più importante quanto più si riconosce il ruolo del dialogo: la relazione col paziente o con i famigliari non è un momento facoltativo, un “lusso” da praticare o meno a seconda della disponibilità di tempo, del buon umore del medico o delle condizioni ambientali. Al contrario, è doveroso ritagliarsi spazi soddisfacenti per offrire informazioni spesso emotivamente pesanti su diagnosi e prognosi. La relazione con chi soffre è irrinunciabile.

Ogni medico è consapevole di questo e si deve impegnare nel dialogo anche quando le circostanze inibiscono la libera espressione o quando i pazienti anziani dimenticano le risposte e devono essere ripetute le medesime domande.
Da primario raccomando di “spendere” sempre tempo per la comprensione dei bisogni, delle preferenze, dei valori di un paziente, in quanto sono necessarie per le decisioni cliniche. Il momento della comunicazione della diagnosi ad esempio (che non è solo dire la verità) provoca incertezza, paura ed anche speranza. Richiede impegno ed attenzione alle persone; rappresenta l’incontro della storia del medico, fatta di cultura, esperienza e sofferenza anche personale, e quella del paziente (frequentemente una lunga serie di ricordi, come può essere lunga la storia della malattia e del suo dolore).

In tutto ciò, cortesia ed empatia vanno di pari passo: se un medico non è intrinsecamente cortese e disponibile non saprà ascoltare i problemi del paziente con l’attenzione necessaria. Per gli esseri umani la cortesia e la gentilezza dovrebbero essere facili, facili come sorridere. Anche il tempo di attesa di un esame, di un test che magari si allunga fino a diventare macigno nella giornata del paziente, non può essere sottovalutato. Spesso per ridimensionare i medici e gli operatori dicono frasi come “cosa vuole, sono solo due giorni”, non comprendendo che si tratta di quarantotto ore di ansiosa attesa. Forse sarebbe più opportuno dire, in modo empatico: “Saranno due giorni lunghi, di attesa, lo immagino; se ha bisogno, mi chiami e io ci sono”.

Riprendo e riscrivo alcuni appunti di un convegno sulla medicina narrativa. A proposito della storia personale di ogni malato nell’ottica di una cura adeguata, il medico filoso e saggista Giorgio Cosmacini diceva: “Il concetto di cura non coincide con la terapia e la diagnosi, ma comprende una fetta non misurabile. Questa fetta è rappresentata dalle emozioni: sofferenza, paura, speranza, malessere. La narrazione è il ponte dove si incrociano gli immaginari, ponte che deve essere aperto, ma che il professionista deve saper maneggiare per riportare la magia della parola dentro il percorso di cura. L’uso della narrazione è strategico, finalizzato a promuovere un cambiamento nel paziente”. E ancora: “La medicina non è riducibile alle sue scienze di base e alle tecniche generate da esse. Senza l’altra metà finalistica, umana, logica, indispensabile per completare la sua identità, la medicina non è più la stessa. Perché la medicina non è una scienza. Essa è di più”.

Vado oltre e aggiungo che a volte è utile svincolare la narrazione dalla “medicina” e praticarla semplicemente per sé, come atteggiamento mentale, proposta relazionale. Allora, dimenticandosi del concetto di medicina e approcciandosi all’anziano senza considerarlo “malato”, attraverso il dialogo si possono avere piacevoli sorprese che fanno stare meglio sia il vecchio sia chi si prende cura di lui.

Riscrivo il racconto di Giulia, “Quando ero giovane mi piaceva andare a ballare e facevo tanti tanghi – mi ha raccontato un giorno Giulia, amabile vecchietta prossima all’età di 99 anni, ricoverata in casa di riposo a seguito di limitazioni della motilità - poi mi piaceva cucire, fare vestiti, cappotti, gonne. Non ho mai avuto sogni, ma ora voglio morire, sono stanca, che scopo ho io di vivere? I miei figli sono bravi, ma hanno la loro famiglia”. Quando parla delle cose piacevoli, dei viaggi, della famiglia, i suoi occhi brillano di una luce più intensa, mentre si incupiscono quando sostiene di essere satura di vita. Alla domanda di cosa le piacerebbe fare, così mi risponde: “Vorrei camminare. Mi dispiace che mi limitino nei movimenti, mi dicano di stare attenta, mi tirino di qua e mi tengano di là. A volte mi dimentico che sono vecchia, lo capisco, ma la mia testa si vede che è balorda. Preferisco rischiare di cadere piuttosto che stare immobile.” Poi aggiunge: ”Mi sono dimenticata di dirle che sono sorda e anche questo mi dà fastidio”.

Come curare se non si comprende cosa sta a cuore al paziente? Mi si potrebbe accusare di avere una visione idealistica e retrò della medicina. Ma rivendico l’importanza di instaurare nuovi rapporti col paziente (portatore di diritti, ma certo anche di doveri), specialmente se penso a certe follie che purtroppo al giorno d’oggi incontriamo, come ad esempio le applicazioni dei telefonini tanto di moda nel mondo anglosassone. Permettendo una diagnosi senza medico, sono la negazione dell’incontro medico–paziente.

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