Oggi la Parola

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Il tema del mangiare insieme attraversa tutta la Scrittura e non è certamente un caso che Gesù scelga il simbolo del pane per raccontare i tratti del suo volto e di quelli di suo Padre. È davvero significativo che tutti i quattro evangelisti abbiano raccontato il miracolo della moltiplicazione dei pani.

L’attenzione è sullo sguardo di Gesù che riflette un cuore appassionato «sempre in uscita» perché si lascia toccare dalla vita dell’altro. Non ha paura. Si potrebbe dire che in principio c’è il patire con l’altro, la partecipazione, la grazia.

Gesù chiama i Dodici a collaborare alla sua opera di evangelizzazione, comunicando loro come devono equipaggiarsi per il viaggio e come devono comportarsi quando arrivano in un determinato luogo. Due sono le consegne: povertà e coraggio.

Pur non senza un poco di sconcerto per le lotte che dobbiamo ingaggiare con il nostro orgoglio cerchiamo di fare nostre le parole dell’apostolo “quando sono debole è allora che sono forte”, dove poc’anzi ci spiega “perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,8-10).

Questa è la costante sfida della Parola: la fede nella forza della vita che sa superare la morte; la fede in quella Vita che è Gesù stesso.

Guardando a Giovanni noi impariamo che cosa significa essere discepoli e discepole di Gesù dal momento che tutto il senso della sua vita «è indicare un altro». Così dovrebbe essere anche per ogni cristiano, chiamato a essere dono visibile di quel Dio che si fa vicino a ogni persona.

Dobbiamo prendere sul serio la lieta notizia del vangelo senza edulcorarla poiché «una fede autentica -che non è mai comoda e individualista- implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra» (EG 183)

La festa della Santissima Trinità ci ricorda il mistero dell’unico Dio in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito santo. Il segno della croce che introduce e conclude ogni preghiera liturgica ci ricorda che la nostra vita cristiana è posta sotto il sigillo della Trinità e noi continuamente siamo introdotti nel mistero...

L’entusiasmo di fronte alla bellezza delle letture della solennità di Pentecoste, le quali osano sfidare quest’epoca attraversata più da passioni tristi che da slanci vitali.

La vita terrena di Gesù culmina con l’evento dell’Ascensione. Qual è il significato di questo avvenimento? Quali ne sono le conseguenze per la nostra vita?

Siamo di fronte ad una grande sfida: chi di noi non vuole essere nella gioia? Tutto parte dalla decisione di Dio di amare il Figlio e del Figlio di amare noi. In questa circolarità di amore fecondo e generativo noi siamo chiamati a prendere dimora: «come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore».

Gesù è la vite che non attira l’attenzione su di sé, ma indica il suo legame con il Padre e i discepoli. E se il rapporto tra la vite e il vignaiolo è stretto, ancor più quello della vite con i suoi tralci. Dove inizia uno e dove finiscono gli altri?

Gesù accoglie la richiesta di Tommaso, ma si manifesta quando egli è di nuovo riunito insieme agli altri discepoli. Solamente in questo modo, la più alta professione di fede che troviamo nei Vangeli, «mio Signore e mio Dio», diviene capace di vincere le paure e l’illusione che si può fare senza l’altro.

La liturgia della Parola di questo giorno di festa ci costringe a entrare con tutto di noi nel ritmo pasquale per imparare a fare Pasqua ogni giorno e ogni istante.

La domenica delle Palme apre le porte alle celebrazioni della Settimana Santa, cuore e fulcro della nostra fede. Tutto questo però prevede la nostra conversione.

Si potrebbe dire che la liturgia della Parola della Quarta Domenica di Quaresima è un cantico d’amore dove, secondo differenti modulazioni, viene annunciata la gioia di conoscere, di seguire e di accogliere un Dio che «premurosamente e incessantemente» ci ama.