Oggi la Parola

stampa

Con la solennità di Cristo Re dell’universo concludiamo quest’anno liturgico, un segmento di tempo visitato da Dio e reso santo dai suoi doni di grazia, dalla sua Parola e dalla sua presenza nel volto e nella vita di tanti nostri fratelli. L’evangelista Matteo ci ha tenuti per mano, additandoci il Signore come l’unica via della nostra salvezza.

Nella parabola di questa domenica Gesù racconta di “un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni”. Si fidava quel signore dei suoi servi. Dio si comporta con noi nello stesso modo, ci affida i suoi beni: la sua grazia, la sua Parola e il suo tesoro più prezioso, il suo stesso Figlio.

Abbiamo bisogno di una lampada per le nostre notti, che diffonda riflessi di luce mentre, vigilanti, attendiamo il sopraggiungere del Signore, della Luce vera, che non conosce tramonto. Un faro luminoso è sicuramente la Parola di Dio, che ci orienta nel trambusto della vita.

L’“istituzione” ecclesiastica in duemila anni di storia si è davvero affinata nel nascondere, tollerare e minimizzare anche veri e propri crimini. Gli scandali che continuano anche oggi a emergere nella Chiesa sono la punta di un iceberg, la prova che c’è ancora tanta strada da fare. Spesso mi chiedo: «Se tornasse Gesù sulla terra cosa direbbe a “questa” Chiesa?».

Stride l’accostamento di questo nobile sentimento all’idea di comandamento: l’amore non può mai essere imposto, perché nasce spontaneamente dal cuore, pervade la mente e orienta la volontà, trasformando la nostra vita in un dono così grande da arrivare al sacrificio della propria vita...

Tra l’impegno civile e il primato di Dio non c’è opposizione, ma interazione: come cittadini abbiamo dinanzi a noi il cantiere aperto della società, dove dare il meglio di noi stessi; come cristiani siamo chiamati ad alimentare di grazia le realtà terrene e a spargervi a piene mani il buon seme della Parola.

Gesù riprende a parlare ai capi dei sacerdoti e ai farisei, narrando loro una parabola, nella quale “il regno dei cieli” è paragonato a una “festa di nozze”. Gesù è il nostro “abito buono”, con il quale entriamo nella sala delle nozze, per pregustare già qui su questa terra le primizie di quella festa nuziale, che entrerà nel vivo solo nelle dimensioni dell’eternità, come ci ricorda Isaia nel brano della prima lettura.

C’è una Chiesa, presente in ogni popolo e cultura, i cui membri sono pietre di scarto per la mentalità corrente. Costoro, più o meno consapevolmente, sono i discepoli della Pietra di scarto per eccellenza, di Cristo Gesù.

Anche il Signore detestava cordialmente le persone viscide, se la prendeva in particolare con le autorità religiose, quando riscontrava in loro comportamenti subdoli, per nulla consoni al loro ruolo religioso e sociale.

C’è un sentimento molto comune, che spesso ci deprime e ci toglie la serenità, si tratta dell’invidia. Siamo invidiosi di chi vediamo realizzato sul posto di lavoro, contento della propria famiglia e con una salute di ferro. Non sopportiamo poi chi economicamente sta meglio di noi e, di conseguenza, ha un tenore di vita superiore al nostro. Talora, questo malessere ci porta a essere insofferenti anche nei riguardi di Dio.

C’è un legame indissolubile tra il perdono elargito a piene mani dal Padre e quello che doniamo noi: l’essere persone, che quotidianamente sperimentano la sua infinita misericordia, ci libera dalle catene dell’odio e ci rende compassionevoli nei riguardi di chi ha commesso colpe contro di noi.

Essere sentinelle del nostro prossimo: quale grande responsabilità! Come discepoli di Gesù ci apparteniamo gli uni agli altri, siamo accomunati da un unico destino di salvezza, che ci rende responsabili dei nostri fratelli. Gesù ci suggerisce lo stile della correzione fraterna...

Gesù interpella i discepoli, dicendo: «Ma voi, chi dite che io sia?». Anche a noi è rivolta quella domanda. La risposta di Pietro rispecchia anche il nostro pensiero, tuttavia immagino che ognuno di noi senta il bisogno di aggiungere con parole sue ciò che prova per il Signore...

Chiediamo al Signore il dono di uscire dai nostri recinti, di avventurarci sulle strade del mondo, per incontrare “gli altri” con cuore libero, mai prevenuto. Lasciamoci interpellare dai loro valori e dal loro modo di affrontare la vita...

Il tempo delle ferie fa nascere in noi una velata speranza di rallentare i ritmi, di trovare spazi e tempi che si adattino alle nostre esigenze profonde. Dall’incontro con Dio è possibile attingere energie sorprendenti, in grado di riqualificare la nostra vita.