Oggi la Parola

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Impariamo il coraggio di avere più coraggio nell’osare la radicalità evangelica del «tra voi non è così…» rifiutando con determinazione la logica del potere, del dominio, della prevaricazione o delle sottili manovre di emarginazione. Non nelle buone intenzioni, ma nei gesti di ogni giorno.

Una delle pagine evangeliche più famose dove la grandezza di Gesù si scopre nella sua capacità di amare fino al punto di lasciar andare per la sua strada quel «tale» che troppo si era identificato con le sue ricchezze. Che cosa significa seguire Gesù morto e risorto nella nostra vita quotidiana?

Accogliere l’altro, ogni giorno, nella sua debolezza e costruire comunione nella fragilità delle relazioni umane possono diventare esempi concreti del nostro camminare verso Gerusalemme, ossia del nostro abbracciare la croce che rende visibile un amore oltre misura.

Guardare dentro noi stessi e verificare di non trovare motivo di intralcio sul cammino indicato da Gesù; un cammino continuamente da purificare e ravvivare. Un cammino dove incoraggiarci reciprocamente nella gioia e nella fiducia, sapendoci sempre peccatori perdonati.

L’abbandono fiducioso alla Parola del Signore e l’impegno faticoso di seguire il Signore nella logica capovolta secondo cui è davvero grande solo chi si mette all’ultimo posto, sono gli atteggiamenti che guidano il cammino del cristiano.

La domanda da Gesù diretta ai suoi discepoli “Ma voi chi dite che io sia?” (Mc 8,29) sembra “metterci con le spalle al muro” e provoca ognuno di noi almeno nel tentativo di trovarvi una personale risposta. Buono sarebbe donarsi il tempo necessario per sostare a questo appello. L'evangelista Marco ci sprona a comprendere chi Egli sia veramente non attraverso una conoscenza di tipo intellettuale; ma piuttosto passando dal nostro profondo, incrociando il nostro cuore con il suo.

Aperti alla Parola e dalla Parola siamo chiamati ad aprire nuove vie di comunicazione, di comunione, di speranza e di riconciliazione. Vita cristiana è vita aperta che si dischiude all’incontro con Dio e con quanti incontriamo sul nostro cammino.

È molto più semplice adeguarsi a un rito di purità piuttosto che chiamare per nome un vizio del nostro cuore e estirparlo. Occorre ritrovare l’unità tra rito e vita, tra esteriorità e fede, tra mani e cuore.

Il tema del mangiare insieme attraversa tutta la Scrittura e non è certamente un caso che Gesù scelga il simbolo del pane per raccontare i tratti del suo volto e di quelli di suo Padre. È davvero significativo che tutti i quattro evangelisti abbiano raccontato il miracolo della moltiplicazione dei pani.

L’attenzione è sullo sguardo di Gesù che riflette un cuore appassionato «sempre in uscita» perché si lascia toccare dalla vita dell’altro. Non ha paura. Si potrebbe dire che in principio c’è il patire con l’altro, la partecipazione, la grazia.

Gesù chiama i Dodici a collaborare alla sua opera di evangelizzazione, comunicando loro come devono equipaggiarsi per il viaggio e come devono comportarsi quando arrivano in un determinato luogo. Due sono le consegne: povertà e coraggio.

Pur non senza un poco di sconcerto per le lotte che dobbiamo ingaggiare con il nostro orgoglio cerchiamo di fare nostre le parole dell’apostolo “quando sono debole è allora che sono forte”, dove poc’anzi ci spiega “perché dimori in me la potenza di Cristo” (2Cor 12,8-10).

Questa è la costante sfida della Parola: la fede nella forza della vita che sa superare la morte; la fede in quella Vita che è Gesù stesso.

Guardando a Giovanni noi impariamo che cosa significa essere discepoli e discepole di Gesù dal momento che tutto il senso della sua vita «è indicare un altro». Così dovrebbe essere anche per ogni cristiano, chiamato a essere dono visibile di quel Dio che si fa vicino a ogni persona.

Dobbiamo prendere sul serio la lieta notizia del vangelo senza edulcorarla poiché «una fede autentica -che non è mai comoda e individualista- implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra» (EG 183)

La festa della Santissima Trinità ci ricorda il mistero dell’unico Dio in tre Persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito santo. Il segno della croce che introduce e conclude ogni preghiera liturgica ci ricorda che la nostra vita cristiana è posta sotto il sigillo della Trinità e noi continuamente siamo introdotti nel mistero...