Oggi la Parola
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UNA PAROLA PER NOI – 11 febbraio 2018 - Domenica VI del tempo ordinario - anno B

Mai più soli

Avviciniamoci maggiormente al vangelo per trovare l’antidoto giusto al nostro istinto di chiusura e rifiuto. Lasciamoci penetrare dalla sua luce di cui - misteriosamente - conserviamo sempre la nostalgia.

Parole chiave: Vangelo (556), omelia (478)

Lv 13,1-2.45-46

Sal 31;

1Cor 10, 31-11,1;

Mc 1,40-45;

“Io non esisto: noi siamo invisibili…” così dice George (Richard Gere) ad un amico conosciuto in un dormitorio pubblico, nel film “Gli invisibili”. In questa proiezione molto realistica, viene descritto il percorso di un uomo che caduto nel baratro della depressione, a distanza di anni si ritrova a vivere in strada. Costretto all’accattonaggio, George - seppure interpretato da un attore considerato fra i più belli di Hollywood - fa la tragica esperienza dell’assoluta indifferenza del prossimo verso un altro prossimo; se viene notato è solo per essere bersaglio di gesti di cattiveria e disprezzo. Perché iniziamo dalla trama di questo film per parlare dell’episodio del vangelo di oggi, relativo alla guarigione compiuta da Gesù nei confronti di un lebbroso? Ad una prima lettura, quello che troviamo nel libro del Levitico, ovvero l’immagine di un ammalato di lebbra, costretto dalla legge mosaica alla completa emarginazione, cozza contro la sensibilità di noi moderni, per quanto lontana si trovi dai fondamentali principi del rispetto dell’uomo. Vi si dice infatti: «Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: "Impuro! Impuro!". Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell'accampamento» (Lv 13,45-46) Insomma, potremo concludere che questa situazione è estranea al nostro contesto storico-sociale. Di lebbrosi, fra l’altro, a noi non capita proprio di fare l’incontro. Eppure, al di là di un discorso politicamente corretto, quante persone fattualmente trattiamo alla stregua dell’impuro della prima lettura? Come percepiamo la persona di colore sull’autobus? O quella che – come George - vive in strada? E il personaggio con disagio mentale che ci passa accanto in negozio? Il barbone al pronto soccorso inavvicinabile per la puzza? C’è diversità di situazione fra l’esclusione del lebbroso dei tempi di Gesù e l’emarginato di oggi?

Avviciniamoci maggiormente al vangelo per trovare l’antidoto giusto al nostro istinto di chiusura e rifiuto. Lasciamoci penetrare dalla sua luce di cui - misteriosamente - conserviamo sempre la nostalgia. Osserviamo cosa accade: «...venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”». Questo lebbroso, emblema della malattia più temibile, causata, secondo la mentalità dell’epoca, dal proprio peccato, conserva ancora in sé la speranza della liberazione dal suo stato di completa solitudine. Quello che chiede, infatti, va oltre la guarigione in sé, poiché il suo stato di impurità cancella qualsiasi contatto nei confronti dei puri, ossia, detta in termini contemporanei, per lui si tratta di una vera e propria morte civile, dal momento che la paura del contagio era sovrana su tutto. Il lebbroso, disobbedendo alla norma che lo vuole isolato, avvicinandosi a Gesù mette seriamente in pericolo la sua vita, ma tentando il tutto per tutto la affida totalmente a Lui. Ed ora soffermiamoci sulla risposta di Gesù: «Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”» (v 41). . La sequenza di questi verbi, così belli e toccanti, sono di grande importanza: essi ci svelano la sostanza del regno di Dio che il Signore da poco ha inaugurato predicando in tutta la Galilea (Mc 1,39). Innanzitutto c’è la compassione! Se nell’Antico Testamento sembra esserci una distanza incolmabile fra il lebbroso e Dio – tanto che nella prima lettura è Lui a dettare le norme da adottare nei confronti del primo (Lv 13,1), qui il paesaggio sembra del tutto capovolto. Quello che prova Gesù è un sentimento che parte dalle sue viscere; quella mano che si tende abbatte barriere invisibili agli occhi, ma più tenaci quando imprigionano il pensiero. Quel «toccare» di Gesù sembra una viva protesta nei confronti dell’idea di un Dio lontano e indifferente ai mali dell’uomo. La sua parola «Lo voglio» contiene tutta l’autorità del Verbo incarnato che pone una Parola nuova, rivoluzionaria nell’intendere il progetto di Dio sull’umanità. Gesù con questa guarigione ci regala uno straordinario miracolo: quello della vicinanza ad ognuno di noi, inevitabilmente colpito dalla lebbra del peccato, umiliato talvolta dal suo limite, continuamente bisognoso del suo tocco. Il Figlio dell’uomo conosce fin da subito però il prezzo che gli è chiesto per questa verità: nell’espressione «rimaneva fuori» (v 45) vi è il richiamo alla sua marginalità che lo porterà alla croce.

Sulla vicinanza incondizionata verso ogni uomo e donna, papa Francesco ne ha dato chiara testimonianza in Bangladesh, quando abbracciandone dei rappresentanti, ha dichiarato: «La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya» (vedi Avvenire 1 dicembre 2017).

a cura della Comunità monastica di Pian del Levro

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