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UNA PAROLA PER NOI - 23 aprile 2017 - Seconda domenica di Pasqua – anno A

“Mio Signore e mio Dio!”

Come ci assomiglia Tommaso! È nostro fratello gemello. Quante volte abbiamo reagito come lui di fronte a una notizia sensazionale o a una proposta allettante, dicendo: «Vedere per credere», adottando questo motto, per tutelarci da eventuali inganni.

Parole chiave: Vangelo (498), omelia (427)

At 2,42-47;

Sal 117;

1 Pt 1,3-9;

Gv 20,19-31

Porte chiuse. Per ben due volte il Signore risorto trova le porte chiuse: “la sera di quel giorno, il primo della settimana” e “otto giorni dopo”, come ci ricorda il vangelo di questa domenica della divina misericordia. La Pasqua inizia con una pietra che rotola via dal sepolcro, con la porta del cielo, che si apre sul mondo e sull’umanità, simbolo dei tempi nuovi, della grande domenica della Vita, che si propone nel segno dell’accoglienza e del dialogo; e con le porte chiuse “del luogo dove si trovavano i discepoli”, sprangate con i catenacci della paura.

Nonostante quella barriera di angoscia il Risorto entra, testimonia con la sua presenza ciò che san Pietro annuncia nella seconda lettura, ossia che il Padre “nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva”. Si mostra con un corpo reale, segnato dalle ferite della passione, “e i discepoli gioirono al vedere il Signore”, finalmente sollevati dopo quegli interminabili giorni, quando il repentino accavallarsi degli eventi tragici della cattura, della condanna e dell’esecuzione del loro Maestro li aveva gettati in un incubo quasi surreale.

«Pace a voi!» è il suo saluto e il suo augurio. Pace, melodia del cuore, canto dell’anima finalmente libera, dopo aver compiuto il suo passaggio del mar Rosso, dove i ricordi spaventosi di ogni schiavitù sono stati spazzati via dai flutti come le antiche armate egiziane. Pace, fiume di bene che inonda e rende fecondo ogni luogo e ogni tempo, assicurando all’uomo il pane del dialogo, dell’intesa e del superamento di ogni conflittualità. Pace, dono del Risorto, da accogliere e conservare quale bene inestimabile nello scrigno del cuore.

A quel primo incontro di Pasqua, foriero d’intima gioia, mancava Tommaso, chiamato Gemello. «Abbiamo visto il Signore!» gli dicono i discepoli. «Se non vedo…, io non credo» è la sua risposta. Ha bisogno di vedere Gesù, di toccare le sue ferite, di verificare che non si tratti di un’allucinazione, fin troppo plausibile dopo tanto sbigottimento. Inoltre, Tommaso fa fatica a credere a quei testimoni così poco affidabili, perché latitanti e codardi nell’ora delle tenebre (cfr. Mt 27,46) del loro Maestro.

Come ci assomiglia Tommaso! È nostro fratello gemello. Quante volte abbiamo reagito come lui di fronte a una notizia sensazionale o a una proposta allettante, dicendo: «Vedere per credere», adottando questo motto, per tutelarci da eventuali inganni.

Spesso siamo fin troppo sospettosi nei riguardi del nostro prossimo: rischiamo di non fidarci più di nessuno. Talvolta è presente in noi un’eccessiva puntigliosità nel ricercare segni e prove inconfutabili in ogni ambito del nostro vivere. “Sperimentare” è un verbo che va per la maggiore ai giorni nostri: lo coniughiamo nella quotidianità per tenere sotto controllo ogni situazione.

Ebbene, io credo che certe dimensioni della nostra esistenza non possano essere radiografate, non siano soggette alla prova del nove di riscontri inoppugnabili. C’è un mondo dello spirito che sfugge a ogni verifica, che va accettato a scatola chiusa. Penso, ad esempio, alla sfera dei sentimenti: come possiamo incasellare, definire e “telecomandare” una simpatia, un affetto o un’amicizia?Possiamo vegliare sulla loro innocenza e bontà; non sempre, ahimè, riusciamo ad arginare da soli la loro esuberanza: talora dobbiamo lasciarci aiutare da qualcuno.

In particolare, nel nostro percorso di fede dobbiamo spesso arrenderci alla non evidenza della presenza del Signore nella nostra vita,anche se ci riesce difficile… come a Tommaso.

Otto giorni dopo” il Risorto stesso viene in aiuto al discepolo, che vuole vedere e toccare: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani… e non essere incredulo, ma credente!». Dopo aver riempito il suo sguardo di quella presenza e aver affondato le sue mani in quel costato aperto, Tommaso finalmente proclama: «Mio Signore e mio Dio!».

Approda alla fede, perché in quel momento sperimenta non tanto il contatto fisico con il Signore risorto, quanto piuttosto la misericordia del Padre, che mediante la risurrezione di Gesù lo rigenera: si sente guardato, accarezzato e custodito da Dio.

«Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!» chiosa il Signore, rivolgendosi a Tommaso e a tutti coloro che arrancano nel cammino arduo della fede. Beati, felici, – san Pietro, sempre nella seconda lettura, direbbe “ricolmi di gioia” – coloro che credono senza vedere, perché sanno di essere avvolti dallo sguardo accogliente del Padre, perché nelle prove della vita, nelle esperienze di silenzio interiore, finanche nell’ora della tentazione e del peccato, sono consapevoli di essere toccati dalla misericordia di Dio.

“Mio Signore e mio Dio!”
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