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Profondamente angoscioso sarebbe trovarci di fronte ad un quiz con una sola risposta giusta, fallita la quale la nostra vita sarebbe tutta irrimediabilmente sbagliata come quando sbagliamo il primo bottone di un soprabito. Ci troveremmo davanti ad un Dio inizialmente donante ma poi crudelmente spietato ed irrecuperabile per la nostra fragilità nel conoscere ed agire.

Compassione è uno status. Il perdono è un atto. La compassione conosce solo il singolare. E' una sola perché dura sempre. Esiste ancor prima di incontrare un nuovo oggetto perché già abita nel soggetto. Il perdono, invece, si ripete, se vuole, ogni volta che risponde ad un torto. Esistono quindi i perdoni, al plurale. La compassione riabilita.

E' la vita che procede all'infinito e ci insegna a ripetere questo "Chissà?". Tutto è ambivalente e spesso ambiguo.

I maestri del Bereshit Rabbà, commentario talmudico-midrashico a Genesi, ci narrano che il Santo Benedetto dubita di se stesso proprio nell'atto di creare. Quei maestri si interrogano su cosa facesse l'Eterno prima di creare questo mondo.

Solo il luogo più povero, come il deserto fatto di pietre, sabbia ed assenze è il luogo più capace di aiutare in una scelta tra l'uso elettorale di piacere, possesso e potere o quello della pura solidarietà, condivisione e parità.

Proprio le parti che abbiamo cacciato nell'ombra, che abbiamo odiato e proiettato addosso agli altri, queste parti che ci sono costate tanto inconsapevole lavorio per nasconderle e negarle sono quelle che ci rendono più credibili, perfino a noi stessi, che ci insegnano ad arrivare ai gradi più alti della maturità umana.

Esiste una beatitudine che forse né Gesù né gli evangelisti avevano urgenza di enunciare ed è questa: "Beati quelli che sanno ridere di sé. Avranno sempre motivi per divertirsi".

Una lettrice mi rimprovera benevolmente: "Comunque sei un po' troppo condiscendente con prostitute e adultere!!! E alle mogli non ci pensi?”. Devo pur dar ragione della speranza che c'è in me, ma ancor più dare una mano a Gesù.

Ho avuto un sogno. Capita. Camminavo verso il Regno dei Cieli ma non trovavo la via. All'improvviso mi si apre una larga strada verso sinistra e la seguo tutto felice...

Sono uscita di giorno per acquisti in periferia dove abito e viaggiavano oggetti e parole contundenti. E mi sento dire: "Te la sei cercata!".

Dimenticare le offese? E' possibile? Sarebbe un bene? Quante volte ci siamo sentiti dire: "Credevo di aver perdonato ma spesso mi ricordo dell'offesa. Allora vuol dire che non ho perdonato".

Io non so perché il Signore trasformi la sua onnipotenza in misericordia. Ma credo sia a motivo che ci vuol bene, si dimentica di sé e fa di tutto per farci ritornare a Lui.

Tenerezza verso di te che forse non ti sei mai dato. “Non è un sentimento occasionale ma un atteggiamento che caratterizza la personalità", dice il Devoto-Oli. L'hai mai provato verso di te? Vuoi provarlo? Fino alla dedizione?

Dentro di noi cova un immenso bisogno di riconciliazione. Però il perdono non è un innamoramento. Non ha la sua piacevolezza. E' totale gratuità. Spietata gratuità.

Quando non so dove andare vuol dire che non so dove sono. Non ho luogo. Non sono neppure in me, con me. Non so da dove partire. Non so cosa mi manca, cosa cerco, perché in certo modo mi manca tutto.

Si può usurpare a Dio la sua ira e farla diventare il proprio Dio? Diventare il pedagogo di Dio perché non mantiene l'ira?