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La progettualità che manca

Il governo procede a tentoni, un po’ perché deve tenere insieme due forze che hanno chiaramente obiettivi diversi, un po’ perché di una vera progettualità per il futuro nemmeno a parlarne. La Lega ha il comprensibile obiettivo di consolidarsi come forza di governo. I Cinque Stelle non sanno dove puntare.

Parole chiave: politica (1681), governo (306), Lega (136), M5S (7)

E’ impossibile affermare con sicurezza che questo governo durerà: quando si tirano le corde, accade anche che si spezzino senza preavviso

Il governo procede a tentoni, un po’ perché deve tenere insieme due forze che hanno chiaramente obiettivi diversi, un po’ perché di una vera progettualità per il futuro nemmeno a parlarne. La Lega ha il comprensibile obiettivo di consolidarsi come forza di governo e quindi punta a mostrare che è capace di tenere ben presenti le richieste delle forze produttive. I Cinque Stelle non sanno dove puntare: vorrebbero accreditarsi come la vera novità politica, ma per riuscire nell’intento da un lato sono carenti di classi dirigenti all’altezza e dall’altro sono vincolati ad una vaga ideologia confusionaria che li costringe ad inseguire obiettivi strampalati.

Ciò significa, come pensa più d’uno, che la fine del governo giallo-verde è prossima? Ecco una domanda a cui è impossibile rispondere. Da un punto di vista di logica politica si dovrebbe propendere per una risposta negativa. Ai vertici attuali dei Cinque Stelle non conviene uscire dal governo, perché la loro tenuta elettorale non sarebbe affatto garantita in caso di urne anticipate. L’ipotesi di un nuovo governo fra loro ed un PD “derenzizzato” come ventilato da qualcuno è irrealistica. Innanzitutto perché la pattuglia parlamentare del PD è ancora in buona parte renziana, in secondo luogo perché in quel partito tutti si rendono conto che si tratterebbe di un accordo con un movimento inadatto a qualsiasi politica di governo.

Del resto neppure a Salvini conviene perdere una posizione di grande forza, al momento sproporzionata rispetto alla sua consistenza parlamentare. Più sta al governo mostrando di essere il freno ragionevole alle intemperanze grilline (vedi vicenda della TAV, ma anche altre), più guadagna consensi nella parte moderata del paese (quella oltranzista la tiene con le sue sparate su immigrazione e cose simili). Vuole essere in grado di affrontare la prova elettorale quando avrà consolidato visibilmente questa sua preminenza, per esempio col voto alle europee.

Se questo è vero, perché diciamo che è impossibile affermare con sicurezza che questo governo durerà? Detto banalmente, perché quando si tirano le corde, accade anche che si spezzino senza preavviso. Ragionando fuor di metafora, perché non è detto che le difficoltà di M5S costretto a far qualcosa di realmente “governativo” abbandonando il grillismo da avanspettacolo possano essere assorbite a lungo dal muro di gomma leghista. Finché si tratta di spartirsi la Rai un accordo alla fine si trova, ma quando si dovrà misurarsi davvero con il problema della gestione del bilancio pubblico la faccenda sarà meno semplice. L’Italia ha una finanza pubblica molto debole e una economia che invece in molti settori è ancora in buona salute: quei settori fanno gola ai nostri concorrenti internazionali, mentre un nostro indebolimento all’interno della UE non dispiace in un panorama che vede sempre più quell’ambito come un terreno dove tutti combattono tutti.

Ora la nostra tenuta su quei fronti ha bisogno di credibilità tanto per raccogliere finanziamenti per il nostro debito pubblico, quanto per difendere le nostre imprese più valide da assalti esterni. Ora è banale dire che un quadro politico confuso, preda delle intemerate a vanvera di quelli che sognano le testuggini romane, non è quanto di più indicato per raggiungere quegli obiettivi: allontana gli investitori esteri dall’acquistare il nostro debito e spinge gli investitori nostrani a capitalizzare quanto hanno sin qui guadagnato e ad andarsene (un film di cui abbiamo visto qualche provino).

Se questo dovesse diventare il quadro economico tendenziale, non si sa quanto Salvini avrebbe convenienza a non smarcarsi e quanto Di Maio a buttare la palla in tribuna accusando mezzo mondo di tramare contro “il cambiamento”.  Non impedirà certo l’implodere della situazione un PD che non riesce ad uscire dalle lotte interne fra le sue tribù e che può pensare di essere il federatore delle forze progressiste della società civile solo nelle fantasie delle sue attuali classi dirigenti. 

In una situazione di crisi seria è più probabile che una parte non piccola di quelle forze finiscano per rivolgersi alla Lega come al male minore, nel momento in cui questa si sganciasse dalla alleanza che ha strumentalmente stretto coi grillini. E anche questo è un tipo di dinamica già visto nella storia del nostro paese.

La progettualità che manca
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