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Descrizione di un vero giusto. Si può dire solo bene di lui. Professionalmente competente, ineccepibile, ricercato da tanti. Nessuno ha mai perso tempo nel tentare di corromperlo...

Parole chiave: compassione (10), perdono (47)

Si è ricordato di quando, da bambino, ogni oggetto era catturato da lui al grido: "E' mio!". E si è accorto che quel bambino spensieratamente preoccupato regna ancora oggi dentro di lui

Descrizione di un vero giusto. Si può dire solo bene di lui. Professionalmente competente, ineccepibile, ricercato da tanti. Nessuno ha mai perso tempo nel tentare di corromperlo o di ottenere qualche non giustificata epicheia. Un tantino esigente con i suoi collaboratori ma di fatto benvoluto: capiscono che li fa crescere.

Non si altera un granché mai. Tranquilla padronanza di sé anche per merito di qualche pizzico di umorismo e convinta comprensione: "Chissà quanto gli è mancato nella vita a questo violento o a questo sfaticato". Quando sbaglia e si accorge lo riconosce e rimedia.

Sua moglie una donna felice. Come papà ben riuscito. I figli vengon su bene, liberi ma di sano e robusto indirizzo ed invidiati da altri genitori. Desiderato come vicino di casa, condomino, conoscente, amico.

Come parrocchiano non ha molto tempo da dedicare però appena può partecipa alla lectio o al sociale. Per i parroci è un riposo e una soddisfazione.

In politica sa per chi non votare e cerca serietà e competenza. Rifugge dalla demagogia, promesse irreali, sfruttamento delle paure. Alla fine si accontenta perfino del minor male convinto che la politica sia e resti l'arte del possibile.

Lo hanno chiamato, non ricordo se in Curia diocesana o in Vaticano. Non era per istruire il suo processo di beatificazione, ma solo per raccogliere del materiale preventivo da utilizzare dopo la sua morte. E rientrato, riconosce sorridente che non se n'era fatto nulla perché il suo enorme Io non passava dalle porte e non era riuscito neppure ad entrare. Ma gli ha fatto bene perché si è ricordato di quando, da bambino, ogni oggetto era catturato da lui al grido: "E' mio!". E si è accorto che quel bambino spensieratamente preoccupato regna ancora oggi dentro di lui.

Gli è tornata a galla qualche reminiscenza dei commenti ai Vangeli del padre Silvano Fausti sj sulla figura dell'idropico, quest'uomo gonfiato che non ha neppur bisogno di incontrare crune di aghi o porte strette per non passare.

Gli è balzata alla mente la comicità, ma anche la verità per lui della coda, sentita raccontare un tempo, come aggiunta alla parabola del fariseo e del pubblicano. "Grazie Signore, dice questo, che mi hai fatto giusto. Osservo tutto e vado oltre. Non c'è limite alla mia osservanza anzi sono proprio un generoso. Non come questo disgraziato di pubblicano, venduto e opportunista, che se le inventa tutte per non pagare il dazio e farlo pagare a noi. Così! E visto che ci siamo ti ringrazio proprio Signore che non sono minimamente come costui, escluso, emarginato dalla comunità dei giusti e degli aventi diritto al Paradiso. Grazie, proprio di cuore, che non sono come questo pubblicano". Ed ecco la coda, conclusione sobria di un pubblicano non ancora ben riuscito: "Ti ringrazio Signore che non sono come quel fariseo!".

Invitato provvidenzialmente a iniziare gli Esercizi spirituali nella vita corrente apprende che l'autore, Ignazio di Loyola, ancora principiante e ammirato delle proprie penitenze e preghiere, sente una voce interiore in falsetto che lo riconosce e valorizza dicendogli: "Ma, Ignazio, allora tu sei un giusto!". La cosa gli fa pensare ad un gemellaggio.

Si imbatte, in una occasione, nella frase di S. Paolo: "Che cosa hai tu che non l'abbia ricevuto? E se tutto hai ricevuto perché te ne vanti come se fosse tuo e non l'avessi ricevuto?" E si ritrova nell'arguta, impertinente, innocente soggiunta di un religioso birbante: "Si, ma io l'ho ricevuto!". Inconscia e comoda ciambella di salvataggio di ogni infantile arroganza e piacevole punto panoramico per vedere gli altri sotto di sé. "Situazione disperata ma non grave" sussurra, con l'aiuto degli inglesi.

Riesuma, nella memoria adolescenziale di una vecchia libreria paterna, presumibilmente, il volume "La coscienza di Zeno" di Italo Svevo, l'infido traghettatore della psicanalisi in riva all'Adriatico, e si sente laicamente pugnalato alle spalle da una frase confusamente ricordata: "Se qualcosa troverai in questo libro di valido non è mio. Il resto è mio". Ma questo vale anche per la mia vita! esclama concordando con la sua coscienza e con la propria voglia di ridere. Si affida finalmente al risolutivo sacramento della riconciliazione. Racconta tutto questo di sé. Prevede o desidera una salutare reprimenda taumaturgica con penitenza annessa che lo guarisca da tanta superbia. Il confessore è un vecchietto un po' sempliciotto ed istintivo: "Per penitenza sorriderà di sé e terrà compagnia al Padre misericordioso quando sorride di Lei. C'è buona speranza per Lei!".

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