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Sacrificio

Già nel Vecchio Testamento emerge l'intuizione/ispirazione - espressa da Osea, Geremia, Isaia, Samuele, nei Salmi 40, 50, 51 o in Proverbi, Qohelet, Siracide - che il Santo d'Israele preferisca la misericordia e solidarietà verso i prossimi, specie orfani, vedove e stranieri, piuttosto che il sacrificio di animali di cui non sente il bisogno e anzi prova disgusto.

Parole chiave: Nuovo Testamento (1), sacrificio (5), Bibbia (102)

Il Nuovo Testamento capovolge imprevedibilmente un rapporto fatto di trepida sottomissione

Sacrificio è definibile come: "L'offerta di una vittima alla divinità per onorarla e propiziarla".

Ciò che sacrifico non è più mio, lo rendo sacro, lo consacro alla divinità in cui credo.

Può esser visto come "l'offerta di un oggetto che nell'atto dell'offerta diventa sacro per stabilire una mediazione tra l'uomo e la divinità. L'oggetto dapprima viene posto in mezzo tra i due e poi tolto di mezzo, attraverso la sua distruzione, per creare una comunione immediata" (Galimberti). Comunione peraltro mai alla pari.

Si tenta di placare una divinità offesa da colpe personali o dalle colpe del popolo.

Colpe consapevoli o inconsapevoli che provocano l'ira e la vendetta di una divinità immaginata come gelosa di sé e vendicativa o come impegnata a punire per motivi pedagogici o obbligata a rimaner coerente al proprio attributo di Giustizia.

L'immolazione del primogenito maschio appariva, per evidenti motivi, come il più alto e nobile segno di vera religiosità che un capo potesse esprimere verso il suo Dio nei momenti più drammatici di guerre, carestie e pestilenze.

Come dire: " Dio è tutto e io, uomo, un fragile essere nella sue mani". Ammirevole atto di pietà che esalta la divinità ma quasi annienta l'umano, pur di assicurarsi un minimo di sopravvivenza.

Il superamento storico di tale stadio più acuto lo troviamo, nella Bibbia, nel non effettuato sacrificio di Isacco da parte di Abramo, sia pur con qualche macabro ritorno di fiamma come, forse ultimo, l'uccisione della propria figlia da parte di re Saul, circa un millennio prima di Cristo.

Già nel Vecchio Testamento emerge l'intuizione/ispirazione - espressa da Osea, Geremia, Isaia, Samuele, nei Salmi 40, 50, 51 o in Proverbi, Qohelet, Siracide - che il Santo d'Israele preferisca la misericordia e solidarietà verso i prossimi, specie orfani, vedove e stranieri, piuttosto che il sacrificio di animali di cui non sente il bisogno e anzi prova disgusto (Mt 9,13).

La caduta di Gerusalemme con la distruzione del Tempio ad opera delle legioni romane, toglie agli ebrei perfino il luogo legittimo dove operare sacrifici cruenti, mentre la contemporanea rivelazione cristiana toglie ogni argomento all'offerta di sacrifici operati dalla creatura.

Infatti il Nuovo Testamento capovolge imprevedibilmente questo rapporto fatto di trepida sottomissione: "In tutte le religioni Dio rivendica per sé dei sacrifici. Nella religione cristiana avviene il capovolgimento: non più un Dio che chiede di distruggere qualcosa in onore del divino, ma un Dio che si distrugge per rivelarsi, che si consuma per esprimere il suo amore." (P. Boselli, Servizio della Parola, agosto 2018, p.181).

Non c'è più nessun dio da placare, nessuna giustizia, da parte nostra, da ristabilire, nessuna riparazione che non sia quella delle lacrime affettuose del peccatore pentito. Rimane soltanto da accogliere un abbraccio materno/paterno per poi recarsi, per quanto possibile, dal fratello a farsi perdonare anche da lui e a ripagarlo del danno da lui, per mia causa, subito.

Coerentemente a se stesso Gesù si indigna di fronte alle malattie che sfigurano la persona umana e la fanno soffrire. "Curava ogni sorta di malattie" (Mt 4,21) non per promuovere il proselitismo a suo favore ma perché soffriva di fronte alla sofferenza umana.

Noi che abbiamo visto Gandhi o Nelson Mandela o Martin Luther King marciare alla testa di masse sofferenti possiamo visualizzare meglio Gesù che caccia ogni tipo di presunti o reali demoni per liberare quelli dei quali si è fatto fratello e sposo.

E in Matteo 25 ci proclama “Benedetti” perché lo abbiamo visto e soccorso in qualcuno di noi, suoi fratelli.

Tutto ciò mi fa dire che sulla mensa della vita siamo da Lui collocati tra due proposte estreme, due Weltanschaungen opposte da evitare: tra l'antica intimorita visione delle religioni di un dio al centro, un dio pigliatutto che porta ad una soffocante teocrazia interiore e politica, e quella più recente, appassionata, forse un tantino adolescenziale di un uomo, da solo al centro dell'Universo, nella solitudine prometeica, a volte generosa, a volte cinica, del totale laicismo.

La gentile rivelazione del Figlio ci propone invece una terza visione: l'uomo posto al centro della Creazione da Dio. Da un Dio che pur di raccontare il suo amore per l'umanità è disposto all'unica morte possibile a Lui per noi, quella nel Verbo incarnato ucciso dai nostri rifiuti, affinché quanti l'hanno accolto e credono in Lui abbiano il potere di diventare figli di Dio.

Non vorrei essere frainteso. Cessa l'era del sacrificio per il sacrificio e siamo invitati, dal sangue di Cristo, a iniziare l'epoca della solidarietà.

La ginnastica presciistica non è un tributo spaventato e superstizioso al dio della neve. Così una vita sobria, l'allenamento ad affrontare le responsabilità, il privarsi perché altri hanno più bisogno, la rinuncia affettuosa non sono viltà, cedimenti o fughe dalla realtà, tributi a potenze misteriose da propiziare, fioretto infantile per ottenere uno zuccherino da un babbo natale. Sono vere maturità, sane e positive che sanno porre l'altro al centro. Come appunto Dio pone noi al suo centro.

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