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L'analisi dello storico Paolo Pombeni, ventenne ai tempi del Sessantotto

Stava nascendo un mondo nuovo

Avevamo vent’anni, io li compievo proprio allora. Questo va ricordato, perché se si perde il dato generazionale il turbinio del Sessantotto diventa scarsamente comprensibile...

Parole chiave: Sessantotto (14)

“Oggi abbiamo seppellito molti sogni, ma abbiamo risuscitato molte paure circa il futuro”

“Non si riuscì a coinvolgere le energie di quei giovani in un coraggioso disegno riformatore spingendo invece molti verso l’utopia”

Avevamo vent’anni, io li compievo proprio allora. Questo va ricordato, perché se si perde il dato generazionale il turbinio del Sessantotto diventa scarsamente comprensibile. Non perché si sia trattato solo dei sogni di chi riteneva di avere un futuro del tutto aperto e valutava fino ad un certo punto quanto stava ereditando dal passato, ma perché quell’inizio (ricordate lo slogan: questo non è che l’inizio, continuiamo la lotta) presenta il suo conto adesso ad una generazione ormai di settantenni o giù di lì.

A Trento non meno che altrove quell’anno simbolico ha segnato diverse svolte. La prima è che il mondo ormai non conosceva più “periferie”. Trento non era un margine dell’Italia, non era quella sonnolenta città che appariva a chi vi passava per caso o a chi si compiaceva di superate retoriche. La televisione aveva unificato l’Italia e il mondo e i giovani che cominciavano ad esserne il prodotto l’avevano percepito.

Qui si dibattevano i grandi temi del momento non meno che in altre città e regioni che si credevano ben più paludate di storia. Non era perché c’erano i “foresti” della facoltà di Sociologia, ma perché in Trentino una classe dirigente matura aveva voluto che la città avesse quel tipo di Facoltà. Allora non lo capimmo, ma la storia si fa inevitabilmente col senno di poi.

E poi c’era un movimento cattolico molto vivace. Certo alcune storie erano complicate e non si capiscono che a posteriori. Per dire, Flaminio Piccoli e mons. Cesconi, che furono indubbiamente due avversari, mi permetto di dire anche piuttosto ottusi, dei movimenti sessantottini erano stati dirigenti dell’Azione cattolica ai tempi del caso Rossi nel 1952 e si erano espressi duramente contro il Vaticano che aveva rimosso il presidente della GIAC per compiacere Gedda. La DC che allora appariva come il pilastro del conservatorismo meno intelligente era anche quella che aveva combattuto con le gerarchie per l’apertura a sinistra (da noi arrivata tardi in verità), ma soprattutto che aveva operato nella stagione delle bombe in Sudtirolo per una intelligente soluzione di pacificazione.

Sarebbe antistorico rimproverare ai giovani di allora di non avere compreso le tortuosità della storia che avevano alle spalle. Più interessante sarebbe capire perché non si riuscì a spiegargliela e soprattutto perché non si riuscì a coinvolgere le loro energie in un coraggioso disegno riformatore spingendo invece molti verso l’utopia se non proprio verso il miraggio di rivoluzioni senza senso.

Credo che allora e negli anni seguenti si siano intrecciate le paure di chi si sentiva sperso senza il sistema di riferimenti consolidatosi sino ad allora e chi, non solo i giovani devo dire, aveva capito o almeno intuito che quel mondo di certezze era un riferimento di nostalgia perché stava nascendo un nuovo mondo con cui si sarebbe dovuto fare i conti.

Il mondo cattolico fu quello che più di tutti sperimentò questa tensione, perché stava venendo meno quel contesto in cui la religione, anzi quel tipo di religione era tutto sommato il tramite comune con cui interpretare la realtà. Il Concilio aveva messo in questione quel contesto culturale-antropologico ancor prima che teologico-dottrinale col solo fatto di esistere, perché aveva mostrato una chiesa che non poteva più dare risposte preconfezionate prima di confrontarsi seriamente con le domande che ormai erano domande universali, “ecumeniche” come suonava il titolo stesso della grande assise in Vaticano.

In Trentino la tensione messa in circolo da questo passaggio epocale fu molto avvertita, perché oltre tutto si sposava con un mutamento di contesto che la gente avvertiva nella vita quotidiana: l’inizio del tramonto di una società rurale non solo nell’organizzazione economica, ma anche nella strutturazione della sua cultura di vita e l’emergere di una “modernità” problematica (e basterebbe pensare a cosa ha significato l’impatto del turismo di massa sulle nostre valli).

I giovani percepirono il passaggio epocale con gli strumenti di chi riteneva ancora che il futuro non potesse essere che “progresso” (un sentimento che oggi sta scomparendo). Altri meno giovani cercarono di comprenderlo senza farsi prendere da un certo romanticismo che era implicito in quelle visioni. Molti si arroccarono in una ottusa difesa più che del passato in quanto tale, di quel tanto di stabilizzazione conservatrice che in politica come nella Chiesa ci si illudeva di aver raggiunto sul finire degli anni Sessanta.

Non poteva funzionare e infatti non funzionò, ma mi sembra di dire guardando al percorso dei cinquant’anni trascorsi che il prezzo fu aver sciupato la possibilità di far crescere un sistema equilibrato capace di produrre una duratura gestione della nostra transizione epocale. Poiché la storia era complicata allora, ma lo è stata anche dopo ciò non ha impedito di avere evoluzioni, successi, recupero di forze intellettuali, tuttavia senza riuscire, a mio parere, a promuovere quell’equilibrio nella gestione delle speranze che è necessario in queste fasi epocali.

Così oggi abbiamo seppellito molti sogni, ma abbiamo risuscitato molte paure circa il futuro. Ma siccome allora non fu che l’inizio, basterà convincersi che si deve andare avanti e che altri giovani verranno per farlo.

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