Sette giorni in tv

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La settimana televisiva commentata dall'Aiart.

Radio e tv stanno celebrando con ore di programmazione il 150° dell’Unità d’Italia, ossia il Risorgimento e un secolo e mezzo di storia. Lingua, società, cultura, economia, protagonisti ed eventi, tutto è stato riconsiderato tra evocazioni entusiastiche e discussioni su questioni controverse: un “esame di coscienza collettivo”, come l’ha definito lo storico Valerio Castronovo, riconoscendovi una tendenza tipica degli Italiani. Anche i giornali cartacei stanno facendo la loro parte, unici nell’era multimediale a poter vantare un’ideale continuità rispetto ai numerosi “fogli” che diedero vita alla cultura risorgimentale, i più colpiti da rapida soppressione, pochi consacrati dalla memoria dei manuali, rarissimi ancora vivi e vegeti.

Martedì 15 marzo, a Roma, il Comitato “Media e Minori” ha presentato il consuntivo dell'attività svolta nel 2010 sul fronte del rispetto del minore da parte della programmazione televisiva. Il dott. Franco Mugerli, presidente del Comitato, ci ha riferito i dati più significativi usciti da questo bilancio.

Il 150° anniversario dell'Unità d'Italia si avvicina tra polemiche e strumentalizzazioni: politici locali e nazionali duellano con dichiarazioni a favore e contro la ricorrenza, dando l’impressione, per ricordare Massimo D'Azeglio, che gli italiani siano ancora da fare, e scavando sempre più, se mai ce ne fosse bisogno, il solco che separa politica e società civile. E intanto si rischia di perdere un'occasione unica per riscoprire un passato che, volenti o nolenti, appartiene a ciascuno di noi. E la tv?

Alla terza esecuzione, in chiusura della serata finale, appena osannato vincitore, Roberto Vecchioni chiede di togliersi la giacca. «Non ne potevo più». E attacca il pezzo vincente, mentre la base strumentale tarda a salire. Poco importa: la voce è ancora buona, nonostante lo scarico d’adrenalina dopo l’esame più impegnativo in quarantacinque anni di carriera musicale. Il professore, promosso in ogni graduatoria – quella da addetti ai lavori, demoscopica o dei televotanti - invoca amore. Gianni Morandi, invece di lasciare il palco per il dietro-le-quinte, s'appoggia a un pannello della scenografia laterale e se ne sta lì, quasi intimidito spettatore non pagante, stanco ma compiaciuto, a osservare il trionfatore. Il regista Duccio Forzano coglie al volo l’occasione; la telecamera li cerca e fissa l’accoppiata: Vecchioni in primo piano e Morandi sullo sfondo. Quindi alterna la messa a fuoco improvvisata, prima sull’uno e poi sull’altro, incorniciando con tutta la potenza evocativa dell’immagine i due uomini simbolo dell’ultimo festival di Sanremo.

Rai5, il nuovo canale dedicato alla cultura, che la Rai aveva promesso, trasmette ormai da qualche tempo, ma rispetto alle potenzialità dell’obiettivo l’offerta è ancora ai primordi. Sotto certi aspetti integra Rai Storia, recuperando le rubriche che in passato costellavano il mattino di Raitre. Il palinsesto settimanale e giornaliero con qualche variazione e repliche frequenti si compone di rubriche e programmi fissi, oltre alle serate musicali, a qualche film e al melodramma – come pare - alla domenica mattina. Il tutto è riconducibile a due linee tematiche: l’attualità e la memoria.

È festività nazionale dal 2004, il 10 di febbraio, dopo sessant'anni di negazione della tragedia vissuta dalla popolazione italiana di Venezia Giulia, Istria e Dalmazia alla fine del secondo conflitto mondiale, e di contrapposizione ideologica per parti estreme, fascisti e comunisti. Nonostante ciò, quanto successo fatica ancora ad affiorare nella consapevolezza del Paese. Ora che è riconosciuta ufficialmente come Giorno del Ricordo, non muove neanche più polemiche; rischia solo di passare inosservata, “infoibata”, come le vittime della pulizia etnica titina.

Brava e simpatica lei, navigato e ironico lui: la coppia funziona e il programma decolla fin dalla prima puntata dell’edizione 2011. Paola Cortellesi e Claudio Bisio sono ben assortiti e adeguatamente complementari sul palco di “Zelig” (Canale 5, venerdì ore 21.10), la fortunata trasmissione giunta quest’anno alla sua quindicesima stagione televisiva.

Non è un remake di “Via col vento” “Rossella” (Raiuno, ore 21.10, sette puntate). L’omonimia con R. O’Hara è solo un emblema di tenacia e indipendenza femminile. Ambientato a Genova e nei dintorni di Roma tra fine ‘800 e primo ‘900, il film-TV fa leva sullo spettacolo sempre suggestivo di abiti, ornamenti ed arredi d’epoca e di riti mondani, occasione d’incontro fra l’aristocrazia e la borghesia imprenditoriale. All’esterno dei palazzi, alcune sequenze accennano alle lotte operaie che caratterizzarono un’epoca di espansione industriale, attraversata anche da crisi rovinose. Socialismo, anarchismo, liberalismo si contrappongono, mentre si fa strada il darwinismo sociale, che in nome della lotta per la vita sancisce cinicamente il diritto del trionfo del più forte.

La morte fa parte della vita. Ce lo ricordano quasi quotidianamente le prime pagine dei giornali, con incidenti che portano via in un attimo un figlio, una mamma, un amico. O i fatti di cronaca che portano nelle nostre case omicidi e misteri, amplificando l'angoscia. Vita e morte hanno un altro modo di incontrarsi, silenzioso ma non meno inesorabile: la malattia. Un mondo difficile da raccontare, che richiede rispetto ma non pietismo, doti che sembrano rare in una televisione dove prevalgono troppo spesso apparenza e superficialità. Alcune recenti trasmissioni hanno saputo farlo.

A Slum Symphony – allegro crescendo, il film documentario di Cristiano Barbarossa girato tra il 2004 e il 2009 che ha vinto il premio per il miglior documentario internazionale al Roma Fiction Fest 2010, ha raccontato il sistema di orchestre infantili e giovanili del Venezuela fondato negli anni Settanta dal maestro José Abreu.

Ecco, è accaduto. Dopo tutta la retorica sull'ampliamento di contenuti e di possibilità di comunicazione che ha accompagnato il passaggio tecnologico - e ancora lo accompagna, perché a livello nazionale la transizione non è completata - il digitale terrestre comincia a mostrare il suo vero volto: commerciale e di grandi monopoli nazionali. Lo denunciano le associazioni che radunano le emittenti locali, come Aeranti-Corallo e FRT che, venerdì 3 dicembre, hanno annunciato con comunicato congiunto l'uscita da DGTVi, l'associazione nata per sviluppare la tv digitale terrestre in Italia che, fino a venerdì, raccoglieva più o meno tutte le realtà televisive di casa nostra e cioè Rai, Mediaset, Telecom, Dfree, oltre alle associazioni ora sul piede di guerra.

Accompagnato da annunciate polemiche, “Vieni via con me”, ideato e condotto da Fabio Fazio e Roberto Saviano, ha battuto ogni record di ascolto, conquistandosi già alla prima serata , con una media di oltre sette milioni di spettatori, la palma di programma più visto di RaiTre degli ultimi dieci anni. Le discussioni si sono accese perfino sulla definizione del format: varietà? tribuna politica? talk show? E' difficile in effetti incasellare in uno schema la proposta dell'inedito duo di conduttori.

No, non stiamo parlando della fortunata canzone di Mina che riporta il sapore di un lontano passato, ma della nuova trasmissione di divulgazione scientifica proposta da Raitre nella prima di serata di sabato, che si propone come una finestra ideale sul futuro. Il programma indaga infatti i grandi temi di attualità, illustrando le innovazioni e le scoperte scientifiche che in un futuro più o meno vicino potranno migliorare la nostra esistenza o porre soluzione ai tanti problemi che ci affliggono, con un taglio pratico, positivo e curioso. A tale proposito ci è parsa particolarmente azzeccata la scelta del conduttore, il famoso pilota automobilistico Alex Zanardi che, dopo la disabilità sopraggiunta a seguito di un tragico incidente in pista, ha saputo ritornare a combattere nelle gare e nella vita grazie alla sua determinazione ed all’aiuto della scienza.

Il soggetto della miniserie “Sotto il cielo di Roma”, trasmessa di recente da Raiuno ha riproposto i nove mesi dell’occupazione tedesca della capitale, osando il confronto con oltre un sessantennio di tradizione letteraria e cinematografica (Roma città aperta di Rossellini, 1945). E’ il periodo delle leggi razziali, culminato con la deportazione di un migliaio di Ebrei romani nell’ottobre 1943, della lotta partigiana, delle cruente repressioni naziste, di Roma abbandonata dal governo Badoglio e dichiarata “città aperta”, in quanto protetta da “garanzia vaticana”, ampiamente violata.

L’informazione è ripresa, non senza strascichi di polemiche, su tutte le reti con poche variazioni rispetto al passato. Una novità è rappresentata dalla direzione del Tg7 di Enrico Mentana, che nel nuovo corso sceglie di mettere in primo piano gli eventi politici rispetto all’apertura sul fatto di cronaca, adottata per anni al Tg5. Quanto al resto, fedele al suo stile, si presenta al pubblico come interprete dei fatti al di sopra delle parti. Ma l’informazione in tv è come un fiume, spesso limaccioso, che attraversa trasmissioni non giornalistiche, come gli ampi contenitori dei pomeriggi domenicali di Raiuno e Canale5 o accende qualche stimolo nel chiacchiericcio della Vita in diretta di Raiuno.

Secondo lo psicologo Paul Ekman, le persone possono mentire con le parole ma il loro volto tradisce le emozioni attraverso dei movimenti involontari. Queste contrazioni muscolari, chiamate microespressioni, non hanno nazionalità né restrizione culturale, ma sono estendibili a tutto il genere umano. Dalla dicotomia tra affermazioni e movimenti del viso è possibile individuare una bugia. Paura, dolore, disgusto, gioia, rabbia, odio, sorpresa, ansia: non c’è modo di nasconderle a un occhio esperto. Sulla base del FACS (Sistema di Codifica delle Espressioni Facciali) creato da Ekman, Samuel Baum ha scritto la serie televisiva Lie to me (“Méntimi”).