Salute&benessere
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Un contributo al dibattito sulla sanità trentina, a partire dalle preoccupazioni degli operatori sanitari

Sanità, un cambio di passo

“Se frequentiamo i lunghi corridoi della sanità in questa stagione, non possiamo non rilevare un cambio di clima, uno scoramento generale, una manifesta paura su cosa sta succedendo e su cosa il futuro riserverà”. Carlo Tenni, referente formazione dell’Acos e .

Parole chiave: sanità (559), Trentino (1012), salute (924), Carlo Tenni (3)

“Veramente il Trentino ha deciso di privatizzare una buona parte delle attività sanitarie, tradendo il cardine della riforma?”, si chiede Carlo Tenni

I corridoi dell'ospedale S. Chiara di Trento. Foto Gianni Zotta

I corridoi dell'ospedale S. Chiara di Trento. Foto Gianni Zotta

“Se frequentiamo i lunghi corridoi della sanità in questa stagione, non possiamo non rilevare un cambio di clima, uno scoramento generale, una manifesta paura su cosa sta succedendo e su cosa il futuro riserverà”. L’appunto è di Carlo Tenni, referente formazione dell’Acos del Trentino, l’associazione cattolica degli operatori sanitari, e presidente della Consulta diocesana per la pastorale della salute. Tenni, che oggi è in pensione, è ancora ben addentro al mondo della sanità trentina e ne coglie gli umori. Prendendo spunto dai commenti che ha colto negli ultimi tempi dal personale sanitario, che denotano una preoccupazione sia negli ospedali principali di Trento e di Rovereto, sia nei piccoli ospedali di periferia, ha deciso di lanciare il sasso senza nascondere la mano, mettendo nero su bianco dubbi, inquietudini, domande che attendono risposta. Prima fra tutte: esiste forse un disegno non dichiarato di privatizzazione della sanità trentina (che tradirebbe il cardine della riforma sanitaria, basata sulla sanità pubblica per tutti)? Pubblichiamo di seguito la sua lunga nota, quale utile contributo a un dibattito che ha sfiorato in questi giorni anche l’Aula del Consiglio provinciale, dove è arrivata l’eco delle polemiche sulle case di cura private e pubbliche che si occupano di riabilitazione.

Se frequentiamo i lunghi corridoi della sanità in questa stagione, non possiamo non rilevare un cambio di clima, uno scoramento generale, una manifesta paura su cosa sta succedendo e su cosa il futuro riserverà.

Commenti che senti da parte del personale sanitario, in particolare forse da chi ha più anni di anzianità ma che si riverbera inevitabilmente sui giovani con ancora una intera carriera davanti, preoccupazione che si rileva sia negli ospedali principali (i denominati hub di Trento e Rovereto) ma anche nei piccoli ospedali di periferia (gli spoke).

E’ soprattutto nelle strutture di valle che si vede nettamente il calo delle attività sanitarie erogate e si misura la distanza tra il Centro che governa e la Periferia che si sente lontana ed abbandonata.

La politica è stata indottrinata e quindi nessuno si scaglia contro nessuno; poveri protocolli di intesa hanno rassicurato i rappresentanti della politica di valle.

I sindacati sono letteralmente assenti sul tema, quasi non accadesse niente. I problemi per loro sono altri!

E’ soprattutto nelle strutture di valle che si vede nettamente il calo delle attività sanitarie erogate e si misura la distanza tra il Centro che governa e la Periferia che si sente lontana ed abbandonata.

La politica è stata indottrinata e quindi nessuno si scaglia contro nessuno; poveri protocolli di intesa hanno rassicurato i rappresentanti della politica di valle.

I sindacati sono letteralmente assenti sul tema, quasi non accadesse niente. I problemi per loro sono altri!

Gli operatori sanitari invece sono preoccupati – seriamente.

Chi opera negli ospedali del centro è sovraccarico di attività, stanco di promesse non mantenute, sfiduciato rispetto al sistema di coinvolgimento professionale che negli anni scorsi si dimostrava più efficace e positivo.

Chi opera in periferia è scoraggiato dal vedere che organizzazioni e strutture vengono sotto-utilizzate in attesa di destini forse ancora più negativi, il Centro si allontana sempre di più e soprattutto le professionalità presenti sono manifestamente poco considerate e poco utili al disegno sommerso che spinge su altre strutture.

In questo clima la prima cosa che si sta perdendo è la motivazione del personale, quella motivazione che ha spinto tutti a raggiungere la qualità misurata negli anni scorsi da specialisti di Istituti qualificati, qualità poi che ci invidia il resto di Italia.

La motivazione personale si sa non si può ottenere con un semplice ordine di servizio, o con un comando specifico dettato con una comunicazione ufficiale. La motivazione si ottiene con il coinvolgimento diretto, con il commentare i risultati ottenuti, con il rilevare le negatività rilevate ma per superare nuovi traguardi e nuovi obiettivi.

E’ con questo sistema che si possono raggiungere obiettivi importanti ed anche economie di gestione.

E sono proprio questi i veri fili conduttori che possono portare la sanità trentina a superare la stagione delle difficoltà di bilancio, ma soprattutto ad affrontare le stagioni di domani, quelle della disponibilità medica ridotta che sarà condizionata dall’appeal, dal gradimento professionale (ed anche economico).

Non si può far finta di niente ed assistere al venir meno delle attività negli ospedali pubblici ed al rinforzarsi parallelo delle strutture sanitarie private convenzionate, al tacere di fronte al passaggio quasi pilotato delle visite specialistiche ambulatoriali convenzionate (con attese bibliche) alle visite specialistiche in libera professione (con tempi di attesa quasi a zero) ed alla ipotesi di realizzare cliniche private specializzate in un territorio che – in teoria – dovrebbe garantire con gli ospedali esistenti e pubblici il fabbisogno alla sua popolazione.

Ma come operatore di vecchia data, uno di quelli che ritengo non si è mai tirato indietro quando c’era da fare e da dare, uno che ha sempre considerato di fatto il bisogno del paziente prima di tutto, prima delle rivendicazioni di categoria, prima dei problemi di reparto o di sindacato, prima delle critiche ai parenti troppo invadenti… mi vengono spontanee queste considerazioni:

1. ma veramente il Trentino ha deciso - senza dichiararlo pubblicamente – di privatizzare una buona parte delle attività sanitarie che ha erogato fin qui?

2. ma la classe medica che si è arricchita professionalmente presso le strutture pubbliche potendo sempre disporre (nel Trentino) di tecnologie ed organizzazioni all’avanguardia, ha deciso di passare al privato?

3. ma la programmazione dei nuovi professionisti della salute – che l’Università e le Cliniche Universitarie dovrebbero sostenere – in questi anni hanno sbagliato qualche conto oppure sono state volontariamente miopi stante che ora il numero di professionisti medici che si specializza risulta fortemente carente rispetto all’attuale fabbisogno, costringendo quindi chi è in servizio a coprire carenze di organico e chi è uscito dal mondo del lavoro a rientrare come lavoratore privato per riempire i gli spazi vuoti delle domande sanitarie della popolazione?

4. i politici che si interessano di tutti i problemi della Provincia non si rendono conto che l’attuale politica sanitaria sta portando ad un forte depauperamento delle motivazioni professionali negli operatori sanitari, facendo quindi potenzialmente regredire la qualità della risposta che le strutture sanitarie si erano abituate ad erogare con qualità ed efficienza riconosciuta da tutte le altri regioni?

5. ma i politici non si ricordano che il cardine della riforma sanitaria era basato sulla sanità pubblica per tutti, erogata dallo Stato, integrata con la collaborazione del privato convenzionato senza concorrenza con l’obiettivo ancora attuale della salute per tutti?

Ed allora la domanda viene spontanea: ma questo venir meno dei presupporti fondanti della legge di riforma sanitaria, questo stato di incertezza che sta svuotando reparti e servizi, che genera situazioni di dubbio sul futuro e sta provocando perdita di fiducia nel sistema e quindi perdita di senso di partecipazione, di responsabilità partecipativa, che risultato porterà?

Il risultato sarà che a breve la sanità di eccellenza che veniva attribuita alle strutture del Trentino, potrà trovare spazi di debolezza specie sul personale che, una volta demotivato, una volta deluso da questa situazione potrebbe non portare quella grande professionalità ed attaccamento che fino ad oggi ha dimostrato sostenendo ogni azione organizzativa e partecipativa, contribuendo a dare lustro a questa sanità Trentina.

Ed in questa disanima entra dentro anche il tema del nuovo ospedale dei Trentini, il nuovo ospedale di Trento che andrà a sostituire l’attuale vetusto S. Chiara.

E’ una storia che sta diventando sempre più lunga e sempre più travagliata. Poi scopriremo magari che sarà anche più costosa del previsto.

Ma sarà effettivamente la chiave di volta, la soluzione ai problemi organizzativi della sanità trentina?

O questa realizzazione contribuirà ad accentuare i problemi tra gli ospedali centrali e gli ospedali di valle?

Ed esiste un disegno occulto che fa si che questa nuova struttura rimanga nel limbo?

A chi si occupa di formazione, in particolare degli operatori sanitari (ma in conseguenza dei pazienti), preme mettere in risalto la necessità di recuperare la fiducia da parte degli operatori sanitari nella organizzazione, fiducia che può essere recuperata solo nel presentare un disegno reale su quanto succederà in sanità in provincia e su un coinvolgimento diretto degli stessi, passaggio che impone di sicuro un maggior impegno da parte di chi governa la sanità.

Carlo Tenni*

*referente formazione dell’Acos e presidente della Consulta diocesana per la pastorale della salute

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