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La via Claudia Augusta nella valle dell’Adige incontrò enormi difficoltà

Dal Po al Danubio superando fiumi e valli

Le strade maestre del medioevo erano ancora quelle progettate e realizzate dal mondo romano, tecnologicamente avanzato, che ebbe tra i punti di forza proprio un efficiente sistema di comunicazioni.

Parole chiave: territorio (14702), storia (1542), strade (34)

Realizzare vie di comunicazione nelle Alpi non è stato facile né sempre possibile

Monumento funerario evocativo dei traffici sulla strada delle Alpi, rinvenuto ad Augsburg - l'antica Augusta Vindelicorum -, capolinea nord della st...

Monumento funerario evocativo dei traffici sulla strada delle Alpi, rinvenuto ad Augsburg - l'antica Augusta Vindelicorum -, capolinea nord della strada delle Alpi. Foto Augsburg Roem Museum.

Agli inizi del Duecento, il monaco Albertus – formatosi nel nord Europa dove poi sarà abate del monastero benedettino di Santa Maria in Stade in Bassa Sassonia – affronta un pellegrinaggio che lo porta a Roma del quale lascia traccia scritta. Tra le vie affrontate per valicare le Alpi sulla via del ritorno egli indica due possibilità: la prima - che sconsiglia per la cattiva situazione ospitaliera (mala hospitia) – segue il fiume Piave fino alle sorgenti e la val Pusteria, l’altra – migliore e raccomandata – è per vallem Tarentinam; un termine che designa la regione dell’Adige a nord di Trento.

Lasciata la città e seguendo la via maestra, il viaggiatore avrebbe incontrato, trovando possibilità di sosta, Novum Forum (Neumarkt/Egna, nome del borgo mercantile istituito nel 1189 dal vescovo Corrado di Trento) distante da Trento 25 miglia (37 km circa), poi - dopo altre 15 miglia - Botzen/Bolzano e quindi nell’ordine Clausam/Chiusa, Brixiam/Bressanone, Stercinge/Sterzing (Vipiteno) e, subito dopo il passo del Brennero, Materel, l’odierna Matrei.

La "mansio" (stazione di posta) di Endidae (Egna). Nel disegno, un’ipotesi di ricostruzione.

La "mansio" (stazione di posta) di Endidae (Egna). Nel disegno, un’ipotesi di ricostruzione.

Gli stessi punti li avrebbe incontrati mille anni prima chi - dopo aver consultato uno degli itineraria a disposizione – si fosse indirizzato verso la frontiera dell’alto Danubio e del Reno. Riprova di come le strade maestre del medioevo fossero ancora quelle progettate e realizzate dal mondo romano, tecnologicamente avanzato e che ebbe tra i punti di forza proprio un efficiente sistema di comunicazioni capace di assicurare indiscussi vantaggi politici, amministrativi ed economici.

Realizzarle nelle Alpi non è stato facile né sempre è stato possibile. E proprio nella valle dell’Adige, le difficoltà e gli ostacoli incontrati sono stati tali da emergere come una vittoria sulla natura stessa con cui l’impresa è stata celebrata. Un elogio rivolto all’imperatore Claudio nell’anno 46 d.C. e unica testimonianza scritta che ci permette di conoscere il nome della via per prima ad essere tracciata attraverso la regione verso le regioni d’Oltrape, il suo committente e patrono finali, l’anno in cui è stata conclusa (serviranno oltre sessant’anni a Roma per completarla e migliaia di uomini, per lo più reclutati sul percorso), la lunghezza complessiva tra i due capisaldi, oltre 500 km dal Po al Danubio dei quali quasi 1/3 nel territorio regionale di Trento e Bolzano.

A rivelarlo dal profondo della storia è una monumentale colonna in marmo di Lasa (impropriamente definita un miliare) rinvenuta a metà Cinquecento nei pressi di Parcines/Merano. In maniera molto mirata era stata collocata in corrispondenza di quello che è stato il limite dell’Italia romana e del municipium di Trento, che ne costituiva il saliente, splendido come ebbe a definirlo il medesimo imperatore.

La monumentale colonna in marmo di Lasa rinvenuta a metà Cinquecento nei pressi di Parcines/Merano.

La monumentale colonna in marmo di Lasa rinvenuta a metà Cinquecento nei pressi di Parcines/Merano.

Via che da Claudio prese il nome dopo che – si legge nell’iscrizione – il padre Druso per primo sessant’anni prima la tracciò, aperte (letteralmente “spalancate”) le Alpi con la forza e portando ad unire di fatto due differentissimi universi come erano (allora) l’Italia affacciata sul mare Adriatico e le regioni mitteleuropee. Due capisaldi che epicamente l’inquadrano nella storia e che restano duraturi anche quando, persa la validità del primo tracciato, questa strada maestra alpina fu sostituita da una via più breve e agevole lungo la val d’Isarco e il Brennero, costellata di miliari imperiali e che, nel ruolo di principale via di comunicazione tra Italia e Germania (Kaiserstrasse) nel 1027 l’imperatore Enrico II affidò alla custodia e alla vigilanza dei vescovi diocesani. Prima carrozzabile delle Alpi in età moderna, fiancheggiata dalla linea ferroviaria (completata nel 1870) e infine potenziata dall’autostrada A22, un secolo più tardi.

Della rapidità degli spostamenti che questa strada rese possibile già pochi anni dopo il suo primo tracciato, è testimonianza un episodio che ha come protagonista Tiberio, figlio adottivo di Augusto e suo successore.

Da Pavia – velut uno spiritu (quasi d’un fiato) come scrive il biografo – egli raggiunse il fratello Druso, che giaceva ammalato in Germania percorrendo “…più di duecento miglia (quasi 300 km) in un giorno e una notte, attraversando le Alpi e il Reno e cambiando in continuazione cavallo in un territorio barbaro e appena domato…”. Velocità eccezionale di certo favorita dal rango e dall’assistenza data al personaggio, membro della casa imperiale. Ma anche ai privati era consentito usufruire a pagamento delle medesime condizioni servendosi di quelle che erano delle vere e proprie stazioni di servizio dell’epoca, disseminate a distanza regolare lungo il tracciato. Poteva trattarsi di semplici luoghi di sosta e di cambio dei cavalli (stationes et mutatines) oppure di nuclei più ampi e articolati (mansiones) dove locande, stalle e magazzini consentivano di pernottare, lavarsi, rifornirsi di provviste, trovare guide e portatori, depositare merci, rifocillare gli animali da tiro e i cavalli o cambiarli con bestie riposate.

Il tratto atesino principale contava diversi di questi luoghi e di alcuni di essi è rimasta anche traccia archeologica, come a Egna dove i resti di vari edifici e un tratto di strada sterrata che componevano la mansio di Endidae sono ancora visibili dopo la scoperta, in un piccolo antiquarium a lato dell’attuale Kahnstrasse. A sostituirli nel medioevo ospizi ed ospedali: sedici in totale tra Ala e Vipiteno.

Enrico Cavada

Dal Po al Danubio superando fiumi e valli
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