Doping, la trappola del successo

Il professor Bonini: Contro la “vittoria ad ogni costo” serve una educazione alla legalità sportiva

Una questione legata allo sport, ma anche specchio della società d’oggi, una problematica da studiare sotto più punti di vista, anche giuridico. Giovedì 25 maggio alle 17 nella sede del Dipartimento di Economia e Management, si parlerà di doping, a partire dal caso Schwazer. Ospiti dell'incontro “La trappola del successo ad ogni costo e il problema del doping: crisi dell'etica sportiva?” saranno Sandro Donati, allenatore di atletica da sempre schierato contro il doping e l'atleta Alex Schwazer, marciatore, campione olimpico, coinvolto in più casi di positività: il primo ammesso, sul secondo denuncia un complotto.

Il punto di vista giuridico verrà affrontato da Sergio Bonini, professore di giurisprudenza dell’Università di Trento e autore del libro “Doping e diritto penale” edito nel 2006. “Il doping è un fenomeno antichissimo. Leggendo Diogene Laerzio o Ateneo – ci spiega ai microfoni di Trentino inBlu – vediamo che anche nell'antichità esisteva una forma di doping dato per esempio dall'assunzione di pane al papavero o di sostanze che alteravano il ritmo sonno-veglia, o dall'autoasportazione della milza. Poi nell'800 ha assunto sembianze chimiche. Fino all'attualità dove i casi scoperchiati hanno investito tutti gli sport”.

Professore, possiamo dire che oramai è prassi? L'importante è solo non farsi “beccare”?

La domanda è: chi corre più velocemente? Il diritto o la farmacologia? É una rincorsa nella quale il diritto ha cercato di fare qualcosa. Nel 2000 è stata emanata in Italia la legge numero 376: una delle prime leggi nel panorama internazionale a cercare di contrastare specificatamente il doping. Si potrebbe pensare che la sanzione disciplinare sportiva, una squalifica che di fatto limiti anche la possibilità di “lavorare”, possa essere per l'atleta il danno maggiore. Ma in Italia si registrava una ritrosia delle federazioni ad applicare le sanzioni disciplinari. Da qui la necessità di un intervento penale. E questa legge punisce sia l'eterodoping, cioè chi somministra e procura la sostanza dopante, sia l'autodoping, ovvero l'atleta che deliberatamente assume quella sostanza.

Assumere doping non è più solo una scorrettezza sportiva ma è un reato. Anche i tifosi, davanti a un caso di positività, si sentono traditi dai propri idoli. Allora perché gli atleti si spingono a tanto?

Dal 2000 la giurisprudenza si è pronunciata ed abbiamo sentenze in particolare verso il commercio di sostanze dopanti. In questo modo si cerca di limitare la circolazione delle sostanze, che troppo facilmente arrivano a tutti, non solo ai professionisti. C'è una colpa della società d'oggi, che ad esempio il sociologo Zygmunt Bauman definisce una società che rincorre una vorticosa forma fisica. Poi ci sono altri fenomeni che intervengono: la medicalizzazione della società, la connivenza delle famiglie, la sottovalutazione dei rischi. Ci sono tanti fattori che spingono verso il diffondersi del doping.

Le sanzioni penali non sembrano essere sufficienti a fermare il fenomeno…

Esatto. È un aspetto culturale: conta solo la vittoria e non si dà il giusto peso e valore al percorso che si deve fare per raggiungere i risultati. Il filosofo Francis Bacon sosteneva che nelle imprese difficili, non ci si deve aspettare di seminare e raccogliere subito. Bisogna aspettare che maturino gradualmente. E allora forse oltre alla sanzione penale o sportiva che sia, conta un'educazione alla legalità sportiva. Conta la cultura. E forse incontri come questo possono essere utili.

Giovedì si partirà da un caso specifico. Ma sulla vicenda di Alex Schwazer (che evidentemente porterà la sua verità) c'è un'inchiesta ancora in corso. Sarà difficile per un giurista entrare nel merito.

Sì, ma ci sono tanti altri esempi di cui i giuristi si sono occupati: c'è il caso Pantani, c'è la Juventus. Purtroppo non c'è sport immune dal fenomeno. La casistica è vasta. Lo stesso Donati, in un suo libro scomodo, sottolineava la ramificazione del doping a livello imprenditoriale: le sostanze dopanti sono prodotte in Corea, Thailandia, in più parti del mondo. E il suo commercio è connesso al narco-traffico. Nessi da indagare e valutare per trovare forme di contrasto più efficaci. Il penale da solo non può bastare e non risolverà il problema, ma era un passaggio necessario davanti ad un disciplinare incapace di dare risposte.

vitaTrentina

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami
vitaTrentina

I nostri eventi

vitaTrentina