Dopo quasi un anno e mezzo, giovedì scorso 26 marzo alle 8.30 del mattino è arrivato il pronunciamento definitivo del tribunale di Gibuti che rimette in libertà il prete trentino don Sandro De Pretis...

Don Sandro ha appreso giovedì scorso la sentenza del tribunale: una condanna ambigua che sembra legittimare il periodo già scontato in carcere, a conclusione di un “processo politico”. Ora attende il passaporto per l'Italia...

Don Sandro ha appreso giovedì scorso la sentenza del tribunale: una condanna ambigua che sembra legittimare il periodo già scontato in carcere, a conclusione di un “processo politico”. Ora attende il passaporto per l'Italia

Don Sandro De Pretis, vicario generale a Gibuti.

“Dopo questo periodo, che spero possa concludersi presto, domando a Dio di conservare bene nel mio profondo il ricordo di quest'esperienza”. Scriveva così dal carcere nel lontano dicembre 2007 don Sandro De Pretis offrendo la sua prova “come un sacrificio per la gloria di Dio”.

Dopo quasi un anno e mezzo, la sua attesa è finita giovedì scorso 26 marzo. Alle 8.30 del mattino è arrivato il pronunciamento definitivo del tribunale che rimette di fatto in libertà (non più vigilata come era stato negli ultimi 13 mesi) il mite prete trentino, 53 anni, dal 1993 nella piccola repubblica del Corno d'Africa.

In pochi minuti il giudice ha letto una sentenza piuttosto confusa (ma altrettanto ambigue sono sempre apparse fin dall'inizio le ipotesi di reato) che prevede una condanna per “possesso di materiale pornografico”, anche se nella giurisdizione locale questa fattispecie non è perseguita. Ma anche la pena inflitta a don Sandro – 3 mesi e 4 giorni con la condizionale, più altri cinque mesi – appare piuttosto una sorte di compensazione del periodo che il sacerdote ha già trascorso isolato dal 28 ottobre 2007 nel carcere di Gadobe: 3 mesi e 24 giorni, venti giorni di differenza forse dovuti ad un calcolo errato.

Dentro una vicenda che era apparsa ben presto “un processo politico”, come aveva denunciato il vescovo di Gibuti Giorgio Bertin, va considerata come strumentale ad altri interessi questa condanna commisurata sulla detenzione già scontata. Un provvedimento che almeno ora consente a don Sandro di tornare in Italia (appena gli forniranno il passaporto) e recuperare la serenità dopo essersi trovato per troppi messi dentro ”una cappa di menzogna”. Sempre fiducioso in Dio e sicuro della sue innocenza, don Sandro non ha di fatto potuto dimostrarla (anche le foto di ragazzi nudi, con evidenti bubboni, erano destinate soltanto ai medici per una diagnosi), trovandosi all'interno di una contesa politica fra il governo di Gibuti e la Francia, con interessi politici ed economici segnalati dal nostro direttore di ritorno dal viaggio a Gibuti nel gennaio 2008.

Alla mobilitazione della Chiesa trentina e italiana con firme di solidarietà e giornate di preghiera don Sandro risponde ora con riconoscenza, anche se volutamente non ha commentato la sentenza, attendendo anche qualche giorno prima di darne notizia con questo significativo messaggio agli amici: “Finalmente la mia storia, dopo un anno e mezzo, si è terminata, pur se con una condanna - scontata in un senso e già scontata nell'altro senso - sulla base di un'accusa che era stata ancora cambiata due settimane fa, per la quinta o sesta volta. Adesso aspetto che le ultime carte siano fatte, e dopo dovrei poter ricuperare il passaporto e partire. Continuate a pregare per tutti noi qui a Gibuti”.

La famiglia, che gli è stata vicina, e la comunità trentina lo attendono per una Pasqua non più “in catene”.

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