In Trentino e in Italia la notizia esce il 14 dicembre 2007 con la lettera appello pubblicata da Vita Trentina (titolo “Non dimenticate che io sono in prigione”), ma la vicenda inizia due mesi prima. Nella piccola repubblica a stragrande maggioran...

In Trentino e in Italia la notizia esce il 14 dicembre 2007 con la lettera appello pubblicata da Vita Trentina (titolo “Non dimenticate che io sono in prigione”), ma la vicenda inizia due mesi prima. Nella piccola repubblica a stragrande maggioranza islamica è in corso una campagna di stampa antifrancese che colpisce anche la Chiesa accusata di creare “una rete di pedofilia”: don Sandro il 28 ottobre viene rinchiuso a Gadobe, il carcere alla periferia della capitale dove spesso si era recato a trovare i detenuti. Le accuse? Molto generiche.

In una piccola cella e divorato dalle zanzare, il prete trentino chiede un processo rapido, deciso a veder riconosciuta la propria innocenza: “Sono accuse palesemente infondate”, dichiara più volte il suo vescovo Giorgio Bertin che assieme all'Arcivescovo Bressan mette in movimento la diplomazia vaticana e la Farnesina.

Il “caso” - come documenta Vita Trentina in un reportage realizzato dal direttore don Ivan Maffeis nei primi giorni del gennaio 2008 - va collocato all’interno dei rapporti tesi fra Gibuti e la Francia.

Il 7 gennaio, dopo la visita in carcere del suo delegato don Ivan Maffeis, l'Arcivescovo di Trento, Luigi Bressan, chiede l'intervento del Presidente Prodi e del Presidente francese Sarkozy. Lo ribadisce un'interpellanza parlamentare di Mauro Betta.

Una settimana dopo il vescovo di Gibuti parla della vicenda di don Sandro al Papa, incontrandolo ad limina in Vaticano.

Si mobilita la della stampa cattolica in Italia (oltre 5 mila firme vengono raccolte on line da Vita Trentina) e i fedeli trentini vivranno una giornata di preghiera e digiuno nella Quaresima 2008 per don Sandro.

Ottiene di uscire dal carcere il 21 febbraio 2008, ma in condizioni di libertà vigilata: è accolto nella casa delle suore, ma è impossibilitato – come recitano le misure di sicurezza – a “incontrare giovani e possibili testimoni”.

Dura dunque da più di un anno questa forma di controllo – nonostante ripetuti interventi della diplomazia italiana (in agosto se ne parla anche a margine del vertice FAO) e anche vaticana (Bressan ne riparla a Benedetto XVI durante le vacanze a Bressanone), fino al pronunciamento del giudice giovedì 26 marzo 2009.

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