“Continueremo nella gestione attuale del farmaco in day hospital, perchè non abbiamo avuto nessun problema di rischio per la salute della donna”. Con questa dichiarazione dei giorni scorsi ai microfoni della Rai regionale il dott. Emilio Arisi ha giocato d'anticipo. Il primario di Ginecologia e Ostetricia teme forse che un prossimo parere del Consiglio Superiore di Sanità possa contraddirlo e convalidare la linea governativa (ribadita dal sottosegretario Eugenia Roccella) per cui la somministrazione della pillola abortiva Ru 486 dovrebbe invece avvenire in regime di “ricovero ordinario”.

  Dopo l'autorizzazione dell'AIFA alla Ru 486, il dott. Arisi continuerà al Santa Chiara la somministrazione in regime di day hospital. Una scelta avallata politicamente, nonostante le passate denunce e le fondate proteste...

 

Dopo l'autorizzazione dell'AIFA alla Ru 486, il dott. Arisi continuerà al Santa Chiara la somministrazione in regime di day hospital. Una scelta avallata politicamente, nonostante le passate denunce e le fondate proteste

Trento - Reparto di Ostetricia e Ginecologia dell'ospedale S. Chiara di Trento. - 10/03/2010 - Gianni Zotta

“Continueremo nella gestione attuale del farmaco in day hospital, perchè non abbiamo avuto nessun problema di rischio per la salute della donna”. Con questa dichiarazione dei giorni scorsi ai microfoni della Rai regionale il dott. Emilio Arisi ha giocato d'anticipo.

Il primario di Ginecologia e Ostetricia teme forse che un prossimo parere del Consiglio Superiore di Sanità possa contraddirlo e convalidare la linea governativa (ribadita dal sottosegretario Eugenia Roccella, vedi a fianco) per cui la somministrazione della pillola abortiva Ru 486 dovrebbe invece avvenire in regime di “ricovero ordinario”.

Non è una differenza da poco. Tanto che alcune regioni italiane come Lombardia, Toscana e Veneto hanno già optato per questa seconda modalità, mentre il primario trentino – “difeso” dall'assessorato alla Sanità - si schiera con alcuni colleghi del Piemonte e dell'Emilia Romagna.

UNA STRANA FASE DI ATTESA

Il dibattito è cruciale per chi teme per il ricorso alla pratica abortiva nel nostro Paese: stabile per quantità, secondo le medie statistiche, ma con un significativo 50% di donne straniere.

E' una fase di attesa: la pillola Ru 486, a Trento come in tutt'Italia, non viene somministrata da qualche mese (ma soltanto per un fatto tecnico-pratico: l'azienda francese produttrice non ha ancora tradotto in italiano i “bugiardini” e la documentazione relativa) tanto che Arisi ha segnalato alla Rai che “a tutte le donne che ogni giorno ci telefonano dobbiamo rispondere che al momento non è possibile utilizzare il farmaco”.

Ma appena disponibile, esso sarà proposto in alternativa all'aborto chirurgico, non più in via sperimentale, grazie alla clamorosa decisione dell'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) che ne ha disposto nel dicembre scorso l'immissione in commercio. Senza peraltro precisare se l'intera procedura abortiva debba svolgersi in regime di ricovero ordinario o in day hospital. A favore della prima modalità c'è il duplice pesante parere del Consiglio Superiore di Sanità, mentre la seconda è quella praticata in questi due anni di sperimentazione “spinta” al Santa Chiara: “La procedura adottata rispetta il protocollo, perchè prevede il ricovero inteso come day hospital”, ha precisato l'assessore provinciale alla Sanità Ugo Rossi in occasione del recente dibattito in Consiglio provinciale. Ed ha documentato che “dopo quattro ore dall'assunzione della pillola Ru 486 la donna può tornare a casa, il secondo giorno può telefonare o andare in ospedale in qualsiasi momento, il quarto giorno dopo la somministrazione la donna torna in ospedale dove rimane fino all'espulsione”.

I RISCHI SEGNALATI (E NEGATI)

Così, sulla carta. In verità i racconti che filtrano dall'ospedale Santa Chiara (usciti in modo clamoroso in una denuncia di due anni fa, che ha portato all'avvio di un'indagine interna) lasciando intendere che spesso la donna si trova a dover gestire da sola a casa il doloroso momento dell'espulsione del feto, prima e dopo. E sono in molti , come dimostra la letteratura internazionale, a segnalare questo rischio privatizzazione dell'aborto, oltre che a segnalare gli effetti pericolosi della Ru 486, non meno sottovalutabili rispetto agli aborti chirurgici: “Nessun rischio per la donna”, ripete invece Arisi – un ginecologo da sempre su posizioni abortiste – che ha potuto e potrà proseguire le procedure avviate durante la fase sperimentale. Senza alcun controllo?

Nel gennaio scorso il Consiglio provinciale ha bocciato le due mozioni di Pino Morandini (PdL) e Franca Penasa (Lega Nord) che invocavano - oltre ai dati forniti ad ogni interrogazione dall'assessorato - una commissione di studio sulla Ru 486 al Santa Chiara: “E' superata dai fatti, dopo il parere dell'AIFA”, secondo la maggioranza, anche se non poche voci nel dibattito hanno convenuto che il tema dei controlli al Santa Chiara rimane comunque decisivo, così come un approfondimento dei rischi del mifepristone. Appare a tutti chiaro che sarebbe una deriva pericolosa, anche sul piano culturale, quella che riporta la donna nella solitudine casalinga in momenti così difficili. Un confronto che non merita di essere quindi archiviata troppo presto e che non deve comunque far dimenticare che l'aborto – ecco l'unica convergenza trovata in Consiglio provinciale – rappresenta una soluzione drammatica. Anche al di là delle modalità con cui viene praticato.

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