Mancando una vera questione chiave risolvibile in tempi non troppo lunghi, il vertice faticherà a trovare un punto centrale su cui far calamitare i lavori e grazie al quale trasmettere ai popoli del mondo un messaggio chiaro.

Di solito i grandi summit internazionali, il massimo dei quali è il G8, fanno un po' di notizia prima che avvengano, occupano i media durante il loro svolgimento e vengono dimenticati subito dopo. L'impressione è che a far notizia sia più lo spett...

Di solito i grandi summit internazionali, il massimo dei quali è il G8, fanno un po' di notizia prima che avvengano, occupano i media durante il loro svolgimento e vengono dimenticati subito dopo. L'impressione è che a far notizia sia più lo spettacolo che la sostanza, più il rituale che le proposte. È considerato molto significativo che i grandi della terra trovino il modo di sedersi attorno ad un tavolo per affrontare di comune accordo i grandi problemi del mondo: trasmette l'idea che, a dispetto di tutto, il pianeta è governato e lo spettro della guerra, specie della guerra atomica, tenuto ancora sotto chiave.

A completare il rituale ci sono le immancabili proteste degli “antagonisti”: proteste anch'esse per metà folkloristiche incentrate come sono su utopie, e per metà senza senso essendo una semplice occasione per gruppi di violenti di "giocare" alla guerriglia (fenomeni che fanno il paio con il tifo violento e quelli che a San Firmino in Spagna corrono davanti ai tori).

Nonostante questo i summit resistono, a dispetto dei loro costi notevoli. Indubbiamente ci sono dei vantaggi a costringere le grandi potenze a confrontarsi periodicamente: i vertici si conoscono, le “squadre” che li affiancano (i cosiddetti sherpa) mettono a punto momenti di scambio, la macchina mediatica internazionale ha modo di attirare l'attenzione delle varie opinioni pubbliche su temi delicati.

Che poi da questi incontri si possano avere risultati è un altro paio di maniche. Naturalmente sarebbe stupido dire che non servono proprio a nulla, perché un po' di ricadute ci sono sempre quando si obbligano dei capi di stato a prendere pubblicamente qualche impegno. Però sarebbe altrettanto ingenuo illudersi che in queste occasioni ci sia veramente un momento di «governo collettivo» dei punti critici della politica internazionale.

Per loro natura i vertici sono sempre «buonisti»: vogliono affrontare il problema della fame nel mondo, dare risposte alla crisi dell'Africa, tenere sotto controllo i cambiamenti climatici, evitare crisi finanziarie destabilizzanti, procedere sulla via della riduzione degli armamenti ed impedire l'acuirsi di situazioni esplosive nei vari paesi del globo. Cosa possano realmente fare di queste buone intenzioni è da vedere.

Ci sono state sinora due strategie di attacco dei problemi. Quella cosiddetta di «realpolitik», vorremmo dire di cinismo ben temperato, che è consistita nel dire, più o meno, che ciascuno avrebbe fatto quel poco che poteva, ma senza illudersi di cambiare la natura di un mondo che non è fatto di angeli. Quella che potremmo chiamare delle «visioni», che ha puntato invece a descrivere scenari futuri in cui si sarebbe venuti a capo dei problemi, solo che tutti ci avessero messo il massimo di buona volontà e non si fossero verificate condizioni avverse.

Il risultato che si raggiunge attraverso queste due strade è più o meno eguale: qualche piccolo passo avanti se si verifica il miracolo per cui tutti, ma proprio tutti, concordano su qualche punto; un rinvio al vertice successivo per tutto il resto.

Il vertice de L'Aquila sembra avviato sulla strada della strategia delle «visioni»: perché questo piace ad Obama, perché questo è confacente al luogo dove si volge, così terribilmente colpito dalla tragedia del terremoto, perché nella situazioni attuale c'è bisogno di una iniezione di ottimismo, altrimenti la crisi economica comprometterà le possibilità di sviluppo per tutti.

Mancando una vera questione chiave risolvibile in tempi non troppo lunghi, il vertice faticherà a trovare un punto centrale su cui far calamitare i lavori e grazie al quale trasmettere ai popoli del mondo un messaggio chiaro. Dovremo accontentarci, oltre alle «visioni» che indubbiamente qualcuno metterà in campo, di una ulteriore presa di coscienza che il mondo è diventato più complicato: a) perché i paesi chiave sono più di otto, e anzi forse di questi otto qualcuno è diventato una chiave un po' arrugginita; b) perché quei paesi chiave, quale che sia il loro numero, non sono in grado di imporsi sugli attori regionali di crisi, dal Medio Oriente alla Corea del Nord, dall'Iran all'Afghanistan.

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