È finalmente un po’ più chiaro: ecco precisarsi di giorno in giorno la strategia di Berlusconi dopo la pronuncia della Corte Costituzionale sul cosiddetto “lodo Alfano”.

È finalmente un po’ più chiaro: ecco precisarsi di giorno in giorno la strategia di Berlusconi dopo la pronuncia della Corte Costituzionale sul cosiddetto “lodo Alfano”. Più di un commentatore oggi si avvicina a questa tesi che, ci sia consentito,...

È finalmente un po’ più chiaro: ecco precisarsi di giorno in giorno la strategia di Berlusconi dopo la pronuncia della Corte Costituzionale sul cosiddetto “lodo Alfano”. Più di un commentatore oggi si avvicina a questa tesi che, ci sia consentito, avevamo adombrato da settimane.

La Corte Costituzionale ha fornito al premier il combustibile che gli serviva per alimentare la sua macchina. Sebbene sia ovvio che la nostra Carta assegna alla Corte il potere di giudicare in via definitiva e senza contraddittorio della costituzionalità delle leggi e che dunque, come in qualsiasi competizione, il giudizio dell’arbitro è inappellabile, non è sempre detto sia anche convincente. In questo caso non ci sembra esserlo, sia per il fatto che su materia tanto delicata si è deliberato a maggioranza neppure qualificata (i due terzi; il voto è stato di 9 a 6), sia perché non è veramente chiaro come mai si sia arrivati alla pur ragionevole conclusione che la norma avrebbe richiesto una legge costituzionale, mentre nel 2004 non lo si era detto, in più aggiungendo poi che comunque la norma ledeva l’art. 3, ragion per cui una legge costituzionale non sarebbe stata comunque possibile (e anche questa interpretazione dell’eguaglianza di fronte alla legge come non sottoposta alla natura particolare dei compiti istituzionali che vengono svolti non è che convinca molto).

Ciò naturalmente non giustifica l’attacco di Berlusconi alla Corte, men che meno quello al Capo dello Stato. Se c’è una cosa di cui chiunque sia in buona fede deve dare atto, è lo scrupoloso ossessivo con cui Napolitano ha voluto essere un rappresentante della Nazione davvero “super partes” consapevole persino che la sua elezione a maggioranza lo poneva in una posizione delicatissima (come disse egli stesso nel suo discorso di investitura).

Il fatto è che Berlusconi, da buon tattico, ha preso la palla al balzo per centrare una volta di più tutto su sé stesso: presentandosi al tempo stesso come vittima di una congiura internazionale dei poteri forti e come uomo d’acciaio che nonostante questa potenza di fuoco non viene piegato, ha accentuato l’immagine di essere l’unico leader sulla piazza. Ciò gli fornisce un vantaggio indubbio, in presenza di una opposizione debole: tanto al centro quanto a sinistra manca la capacità di costruire un “discorso politico” alternativo, che è quanto sarebbe assolutamente necessario per conseguire un consenso di massa, per non dire che mancano i “personaggi”. Così in tempi di crisi la fiducia nel leader che si presenta come chi resiste impavido contro la congiura di tutti risulta attraente.

Consapevole però del fatto che sono costruzioni fondate sulla sabbia (il cambio di umore nelle opinioni pubbliche è un fatto ben noto: basti pensare agli USA da Bush a Obama), Berlusconi punta adesso a consolidare il suo sistema di potere (anche in questo caso non si dia alla parola un significato negativo: l’hanno fatto e lo faranno tutti coloro che occupano il potere, si tratta solo di valutare con che mezzi e con quale senso della misura).

Dunque Berlusconi punta a presentarsi come l’uomo che finalmente prende in mano e cambia uno stato che non funziona. La miopia dell’opposizione è non capire che lui sfrutta esattamente quello che per anni essa ha predicato, peraltro con fondamento: la scuola sfasciata, la magistratura che non eroga giustizia, i burocrati che non lavorano, il parlamento che non produce, sono per metà stereotipi della nostra cultura nazional-popolare (ma ogni stereotipo ha un qualche fondamento nella realtà, altrimenti non funziona) e per metà residui della grande critica distruttiva in cui si sono esercitati nell’ultimo trentennio giornali e intellettuali vari.

Quelli che in passato si sono esibiti su questi temi, che hanno tuonato contro lo sfascio dello stato, sono in parte non piccola quelli che oggi difendono quello “sfascio” contro le velleità riformatrici di Berlusconi (ma ancor più del gruppo di intellettuali e politici che gli si sono aggregati attorno e che vengono costantemente sottovalutati): è una nemesi storica sulla quale forse qualche riflessione non guasterebbe. La base “dura” del consenso a Berlusconi è in gran parte lì.

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