La politica di Ferragosto, che gli altri anni era stata fiammeggiante di incursioni sui media, quest’anno sembrava piuttosto tranquilla. La telenove...
La politica di Ferragosto, che gli altri anni era stata fiammeggiante di incursioni sui media, quest’anno sembrava piuttosto tranquilla. La telenovela del Partito Democratico non appassionava che una ristretta cerchia di addetti ai lavori, che si restringeva ancor di più quando si passava al contrattacco mediatico berlusconiano con il presumibile “Partito delle Libertà” da affidare, si vocifera, alla Brambilla.
In realtà a tenere banco è stato un dibattito a metà fra il surreale e l’estremamente serio in materia di tasse. Aveva cominciato, ad onor del vero, Romano Prodi prendendosela coi preti che dai pulpiti non predicano mai la moralità fiscale. Al presidente del consiglio erano piovute addosso molte critiche saccenti che lo invitavano a prendere atto che nel nuovo catechismo quel dovere è contemplato, ma andrebbe onestamente riconosciuto che non aveva poi visto male, se si considera il numero non piccolo di prelati, anche di un qualche peso, che avevano giudicato quantomeno “comprensibile” lo sport nazionale dell’evasione e dell’elusione (per quelli ovviamente che non hanno redditi fissi tassati alla fonte).
Umberto Bossi, col fiuto sicuro del capo populista, ha capito subito che quello era terreno buono per raccogliere consensi e si è lanciato subito a chiedere uno “sciopero fiscale” per far cadere il governo Berlusconi. La proposta è, a dir poco, devastante, perché, come è stato osservato da più d’uno, se chi perde le elezioni è legittimato ad invitare i cittadini a non pagare le tasse al governo in carica, non si vede quale governo possa avere una vita non diremo lunga, ma almeno bastevole a combinare qualcosa.
Naturalmente Bossi non è così sciocco da non rendersi conto dell’inapplicabilità della proposta, che, a parte altre considerazioni, spaccherebbe semplicemente il paese, perché a poter fare lo “sciopero” sarebbero solo i lavoratori non dipendenti, perché agli altri le tasse vengono prelevate in anticipo. Quanto poi al caos che questo produrrebbe, è materia da film dell’orrore.
Il fatto è che la sensazione di pagare un contributo esorbitante ad un fisco rapace, poco equo e poi di suo piuttosto spendaccione, è una sensazione ampiamente diffusa. Si potrebbero richiamare radici storiche importanti: l’Italia è stato un paese per secoli soggetto ad autorità “straniere” per cui il senso della contribuzione fiscale ad una comunità politica di cui si è parte non si è sviluppato adeguatamente. Si potrebbe altrettanto parlare di una psicologia popolare che tende a vedere nel “governo ladro” solo una fonte di sfruttamento. Più realisticamente si dovrebbe ragionare su un sistema mal congegnato, oppressivo di controlli sulla carta e incapace di realizzarli nella maggioranza dei casi, con livelli di imposizione molto alti (fra una cosa e l’altra si sfiora in moltissimi casi oltre il 50% del reddito personale prodotto) a cui non corrispondono esattamente servizi adeguati.
Ci si aggiunga un clima di opinione dominato da quella che si suole chiamare “l’antipolitica”, cioè una diffusa convinzione che la classe politica sia fatta di privilegiati che guadagnano moltissimo per produrre molto poco e che il sistema sia una colabrodo in cui prosperano i furbi. E’ chiaro che il risultato sarà uno scollamento che aumenta il qualunquismo far la gente.
Il cardinale Bertone ha fatto quel che andava fatto per ristabilire un po’ di equilibrio in questa disputa ricordando che pagare le tasse è un dovere civico che i cristiani riconoscono, ma anche che lo Stato non acquisisce per questo un diritto allo sperpero ed a finanziare qualsiasi suo “capriccio” mettendolo sulla schiena dei contribuenti. Sarà onesto riconoscere che episodi di quest’ultimo tipo non sono stati affatto infrequenti nell’ultimo trentennio.
Ciò che preoccupa è che un tema estremamente serio ed importante come la giustizia fiscale (tema serio soprattutto in epoche come la nostra di trasformazioni e turbolenze economiche) sia lasciato a queste battute da spiaggia o peggio trasformato in una clava propagandistica per aumentare la già notevole confusione che domina sotto il cielo della politica nostrana.
Un dibattito serio su questo tema sarebbe non solo appropriato, ma salvifico.
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