Andando a vedere “Barbarossa” bisogna fare uno sforzo e dimenticarsi che si tratta di un film voluto dalla Lega, e finanziato cospicuamente da soldi pubblici (Rai)...

Una scena del film "Barbarossa". - ottobre 2009 Andando a vedere Barbarossa bisogna fare uno sforzo e dimenticarsi...

Una scena del film "Barbarossa". - ottobre 2009

Andando a vedere Barbarossa bisogna fare uno sforzo e dimenticarsi che si tratta di un film voluto dalla Lega, e finanziato cospicuamente da soldi pubblici (Rai). Come del resto in tanti altri, belli e brutti, ma più del solito è evidente la matrice politica “contemporanea” che strumentalizza la storia e il racconto. Bene, pur dimenticando tutto questo, il film è davvero insulso e semplicemente brutto, tant’è che a stento si riescono a sopportare queste interminabili due ore e mezza fatte di scene magniloquenti con musica fracassona, nitriti di cavallo senza sosta, fango e sangue dappertutto e tanto, tanto rallenty.

Renzo Martinelli, autore del controcorrente Porzus e di altri titoli non indimenticabili, fa un film che sicuramente di cinema ha poco, ma che si rivela anche poco adatto a una televisione di buon gusto. Senza far polemica non si capisce neppure la misura di questa mega-produzione, vedendo scene di battaglie tutte uguali, e ricostruzioni storiche inconsistenti.

La storia comincia con una musica da subito eccessiva che commenta una partita di caccia al cinghiale (sembra più l’inizio di un film fantasy che l’inizio di un film storico); un ragazzo con la balestra, il giovanissimo Alberto da Giussano, salva l’Imperatore Federico I detto il Barbarossa, che ha il volto sublime, questo sì, di Rutger Hauer (Blade Runner, proprio lui). L’Imperatore gli regalerà il suo pugnale.

Di lì a poco il giovane Alberto da Giussano crescerà con gli occhi spiritati di Raz Degan, che come un Gesù Cristo lombardo guiderà i milanesi alla riscossa.

Da questo momento la storia viene maneggiata per celebrare la mitologia.

Della realtà complessa dei Comuni d’Italia, del loro rapporto con il Papato e con l’Impero nemmeno l’ombra di un riferimento.

La miscellanea di sfondo è quantomeno varia, si va dalle suggestioni classiche, Milano come Troia assediata dall’Imperatore, ai riferimenti biblici, i milanesi dispersi per sei vie diverse, ai riferimenti evangelici di un Alberto da Giussano come Gesù del calvario, capelli lunghi, volto sporco di fango e sangue, i nobili milanesi come cristiani perseguitati nelle catacombe. Roma ovviamente è una cloaca di corruzione, dove arriva a far pulizia la peste.

Non manca l’intreccio torbido. Il nemico si annida anche tra i milanesi, è un vecchio e viscido signorotto che baratta Milano coi tedeschi, ammazza il fratello di Giussano per ottenere una fanciulla che desidera. Alberto invece ama Eleonora, una giovane milanese che, colpita da un fulmine nell’infanzia, da grande sarà devastata dalle visioni come Cassandra. Alla fine della vicenda però la ritroveremo come la Pulzella d’Orleans, con i capelli corti appena sfuggita al rogo.

Vinto e scacciato l’Impero, come in una bella favola tutti vivranno felici, liberi e contenti: sullo sfondo il grido dei lombardi, felici ma sempre operosi.

Peccato che oltre a quelle parrucche, quella musica, quel fango e sangue non rimanga proprio nulla.

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