Nelle sale cinematografiche dei cinque continenti è arrivato “2012”, l’ultimo atteso disaster movie di R. Emmerich.

- La locandina di “2012”, il disaster movie di Emmerich. - 2009 - Proprio mentre le ultime settimane dell’anno liturgico invitavano...

- La locandina di “2012”, il disaster movie di Emmerich. - 2009 -

Proprio mentre le ultime settimane dell’anno liturgico invitavano i cristiani a meditare sul tempo della fine, mettendosi in ascolto delle parole profetiche sul giudizio, nelle sale cinematografiche dei cinque continenti veniva distribuito 2012, l’ultimo atteso disaster movie di R. Emmerich. La concomitanza merita forse più attenzione di quanta il costosissimo film non meriterebbe. Essa permette di capire da un lato quanto il cinema di largo consumo si proponga oggi come vettore di immaginari universali attrattivi e capaci di accompagnare la vita delle persone (funzione un tempo assolta soprattutto dalle grandi tradizioni religiose e dai loro riti). E dall’altro quanto, in un’epoca di fortissime incertezze, elaborare delle strategie e delle immagini per pensare la fine possibile del mondo come noi lo conosciamo sia un’urgenza sentita e condivisa, alla quale, ancora una volta, faticano a rispondere le religioni tradizionali. Cosa accade dunque a milioni di spettatori intenti a guardare il loro mondo che crolla sullo schermo? Accade che, almeno per un attimo, si lasceranno coinvolgere affettivamente da quel crollo chiedendosi quali siano la reale consistenza, la tenuta e il senso del mondo oltre lo schermo. Che questo poi accada tra risate, popcorn e vocii di sorpresa può non piacere, ma è un dato culturale che non ci si può permettere di ignorare.

Per soddisfare l’urgenza di immaginare la fine, peraltro, è inevitabile pescare nel serbatoio delle grandi mitologie religiose. Ne è ben cosciente Emmerich, che prende più o meno spunto dall’ormai inflazionata profezia Maya sulla fine prossima (21 dicembre 2012, per chi non avesse ancora segnato la data sul calendario) e poi si dedica a riscrivere il racconto biblico dell’arca di Noè. La riscrittura è divertente e divertita. Superficiale, certo, ma occorre capire fino a che punto anche questo aspetto sia previsto e determinato dai codici linguistici del blockbuster planetario.

I media hanno dato ampio spazio alla decisione di Emmerich di includere nella distruzione globale tanti simboli cristiani (il Cristo Salvatore di Rio, la Cappella Sistina, la basilica di S. Pietro) e di aver risparmiato (o ignorato) la Kaaba della Mecca. Nulla di sorprendente in realtà, e nulla di cui scandalizzarsi, con buona pace dei cattolici integralisti: l’occhio globale del cinema è ancora e sempre un occhio occidentale, anche e soprattutto quando guarda verso la sua fine. Più interessante sarebbe riflettere sul ruolo assegnato da Emmerich alla preghiera nonché alla retorica religiosa che accompagna l’attesa della fine. Le ultime parole alla nazione del presidente degli Stati Uniti, ad esempio, riflettono bene gli elementi comuni dell’orientamento religioso presenti nella società americana e nella sua sfera politica.

Davide Zordan

Creative Commons - Non opere derivate

Commenti

Log in o crea un account utente per inviare un commento.