“Vi scongiuro, pregate per il mio popolo e per il mio Paese. Che Dio vi benedica”. Due righe soltanto, che portano la firma di Hsane Hgyi, vescovo...

“Vi scongiuro, pregate per il mio popolo e per il mio Paese. Che Dio vi benedica”. Due righe soltanto, che portano la firma di Hsane Hgyi, vescovo di Pathein, in Birmania. Due righe che sono riuscite a superare il blocco delle connessioni Internet...

“Vi scongiuro, pregate per il mio popolo e per il mio Paese. Che Dio vi benedica”. Due righe soltanto, che portano la firma di Hsane Hgyi, vescovo di Pathein, in Birmania. Due righe che sono riuscite a superare il blocco delle connessioni Internet - attuato dal regime - e a posarsi sul computer dell’arcivescovo Bressan. Due righe, che hanno la forza di un grido, che chiedono di dare continuità a quel moto di simpatia spontanea che la rivoluzione guidata dai monaci buddisti ha suscitato a livello internazionale.

La censura del governo tenta di chiudere gli occhi al mondo, con la complicità di Russia e di Cina, che in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno impedito l’inasprimento delle sanzioni volte a far cadere la giunta militare. Per noi Occidentali, che ci consideriamo esportatori di democrazia, sia l’occasione per ritirare le nostre imprese, rinunciando ad esempio all’importazione di legname pregiato dalle foreste birmane: meglio incassare una qualche ricaduta economica negativa, che ritrovarsi, pur indirettamente, a sostenere una delle dittature più aspre.

La straordinaria forza morale di un intero popolo, che trova il coraggio di scendere in piazza e di scioperare pacificamente, esprime anche lo spessore della sua esperienza religiosa. I monaci buddisti – a fianco dei quali sfilano le minoranze cristiane, musulmane e indù – sono l’anima della protesta, la coscienza del Paese, la voce che interpreta disagi e speranze di un’intera società.

Se è doveroso appoggiarne la battaglia, è altrettanto saggio accogliere la profezia che quei monaci implicitamente ci rilanciano. Ricordano che uomini liberi sono soltanto coloro che hanno un saldo radicamento in una vita interiore, che abilita a pensare, a riflettere, a sviluppare una capacità critica. Quei monaci sono il racconto di come il silenzio, l’ascolto, la contemplazione, la ricerca dell’essenza e della verità non costituiscano un tranquillante per la coscienza; anzi, mentre portano ad affidarsi alla forza della preghiera, impediscono di sottrarsi alle responsabilità della storia. Il credente non ne è mai esentato: la dimensione spirituale rende estranei alla mondanità, non al mondo; e dal piano delle virtù morali individuali si traduce in progetto politico. E’ nella fedeltà alla terra – al quotidiano, alla realtà, agli altri – che si gioca l’autenticità del rapporto con Dio, come ci hanno raccontato in questi dieci anni i film presentati a Trento al “Religion Today” (pag. 9).

Per questo, anche nel nostro contesto, coltivare tale dimensione spirituale è forse il compito più urgente; è via per ritrovare la misura, il rispetto e il gusto delle cose e delle relazioni, ciò che basta per vivere ed essere felici. La vicenda birmana diventa così un invito a pensare a cose immense, che per molti versi abbiamo perduto.

Avremmo noi la forza di metterci insieme, non soltanto se fosse di dover tutelare i diritti fondamentali della democrazia, ma anche per partecipare ad un progetto di bene comune?

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