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Kenya, semine di pace
Da Nyahururu la testimonianza di padre Gabriele Pipinato, impegnato con l'associazione Saint Martin nell'assistenza ai profughiNyahururu, febbraio ’...
Da Nyahururu la testimonianza di padre Gabriele Pipinato, impegnato con l'associazione Saint Martin nell'assistenza ai profughi
Nyahururu, febbraio ’08 - Molti mi hanno chiesto di aiutarli a capire quello che sta succedendo da queste parti: è tutto un po’ confuso, ma provo a dire qualcosa. Prima però vorrei condividere con voi una lettera che ho ricevuto in questi giorni: “Mi chiamo Cher, sono una giovane donna di 24 anni e sono kalenjin. Sono cresciuta in mezzo a gente kikuyu e i miei amici d'infanzia sono tutti kikuyu. Abbiamo giocato e siamo andati a scuola assieme. Anche adesso la maggioranza dei miei amici sono Kikuyu. Nonostante questo i miei genitori mi hanno sempre raccomandato di stare attenta ai kikuyu perché anche quando sembrano persone per bene, sono i nostri peggiori nemici. In realtà i kikuyu non mi hanno fatto mai nulla di male, ma sento di aver ereditato questo odio dalla mia famiglia. Forse è responsabilità delle persone giovani imparare a perdonarci. Sono convinta che non esista una tribù migliore dell’altra e che siamo tutti uguali...”.
Questa lettera di Cher racconta quello che è nascosto nei cuori, quello che non si vede. Quello che invece si vede è una guerra tra fratelli che è iniziata a Kisumo e a Eldoret dove i Luo e i Kalenjin hanno reagito ai risultati elettorali cacciando dalle loro città i Kikuyu. La rabbia e il risentimento covati per molti anni sono emersi in un desiderio di rivalsa che poi è degenerato in una violenza cieca e distruttiva: case, attività commerciali e auto dati alle fiamme, violenze sessuali, omicidi.
I kikuyu sono fuggiti dando vita al più triste esodo della storia di questo paese e trovando rifugio prevalentemente nella città di Nakuru. Da qui moltissimi sono partiti per trovare ospitalità nei nostri altopiani. L’ondata di violenza è arrivata anche nei nostri altopiani. Domenica 28 gennaio ci sono stati degli scontri nella nostra città, che hanno seminato paura e terrore. Due persone sono state uccise nel villaggio di Gatundia. Domenica sera, tutti i non kikuyu hanno cercato asilo nella caserma di polizia: centinaia di persone ammassate al freddo e terrorizzate da quello che sarebbe potuto succedere.
I volontari del Saint Martin si sono organizzati e hanno allestito un campo di emergenza procurando tende, coperte e cibo. I volontari sono tutti Kikuyu e per questo loro impegno ad aiutare i “nemici” hanno rischiato rappresaglie.
Siamo diventati vittime di una persecuzione promossa da pochi, ma capace di influenzare molti. Nonostante le apparenze non corriamo nessun pericolo. È stata messa in piedi una strategia del terrore: cercano di diffondere paura, puntano a fiaccare e scoraggiare chi lavora per le persone che appartengono ad altre tribù. Lo scopo finale è poter isolare i non kikuyu e costringerli ad andarsene.
Otieno è un Luo, ma è sempre vissuto in questa terra. È una persona pacifica e piena di iniziativa: ha saputo mettere in piedi un complesso abitativo notevole, dal quale ricava una rendita che gli permette di vivere. Le sue case sono state prese di mira e gli inquilini le hanno abbandonate per paura che potessero venire bruciate. Alla fine anche Otieno è stato costretto ad andarsene per trovare ricovero nel campo profughi. La sua prima preoccupazione non è stata di trovare una sistemazione per la sua famiglia, ma consegnare le chiavi della sua casa, rendendola disponibile per le molte famiglie kikuyu costrette nei campi profughi. Ci ha assicurato che non voleva nulla e desiderava soltanto che altri bambini non soffrissero quello che dovevano soffrire i suoi bambini.
Lo spirito di Otieno è la ragione per cui il Kenya ce la farà ad uscire da questa notte senza stelle. La sua è una luce capace di illuminare l’oscurità e fare rinascere la speranza che è possibile rispondere al male con il bene. Anzi, è l’unica via degna dell’uomo e capace di elevarlo dalla follia della vendetta.
don Gabriele Pipinato