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Testimone tra due fiumi
Padre Remo “Canalete” parlerà della sua esperienza a Llorò (Colombia) nella Sala della Circoscrizione della Vela venerdì 19 settembre alle 20.3...
Padre Remo “Canalete” parlerà della sua esperienza a Llorò (Colombia) nella Sala della Circoscrizione della Vela venerdì 19 settembre alle 20.30
La piroga scivola rapida sulle verdi acque del rio Atrato, nella tormentata e sperduta regione del Chocò, nel nord-ovest della Colombia. A prua siede un nostro concittadino, nato a Vigne d’Arco sessantatrè anni fa: è il padre marianista Remo Segalla. Magro, il volto scarno, segnato da anni di fatiche e disagi, barba bianca, occhi limpidi e penetranti; visita le comunità indigene della foresta tropicale. Non sa nuotare e ci vuole un bel coraggio e, forse, un pizzico di incoscienza, per affrontare i fiumi (lì chiamati “rio”) che sono decine di volte più imponenti del nostro fiume Adige.
Dal 25 agosto 2005 padre Remo è responsabile della Missione marianista di Llorò, dopo esser stato per più di venticinque anni a Latacunga, in Ecuador. Ma forse le alluvioni dei fiumi (il Chocò è una delle regioni al mondo dove piove di più), la miseria, le malattie, le insidie della foresta sono realtà meno preoccupanti e pericolose della presenza di trafficanti di droga o dei politici e degli amministratori corrotti ed incapaci, dei guerriglieri, dei tanti delinquenti che allignano in questa zona della Colombia, “dimenticata da Dio”.
Padre Remo vive qui da tre anni, in mezzo ad una popolazione in maggioranza nera, discendente dagli schiavi africani deportati nei secoli scorsi in America latina. E’ qui per testimoniare, malgrado e nonostante tutto, l’amore del Padre per ogni sua creatura. Vive con loro dando vita ad iniziative di solidarietà umana e cristiana che possano restituire dignità a uomini da sempre sfruttati ed oppressi. Di fronte a tante ingiustizie, provocate dalla cupidigia degli uomini, sentiamo spesso dichiarare con aria rassegnata che “tanto nulla cambierà mai… tutti sono uguali”. Ma quelli che parlano in questo modo fanno un grosso torto a chi è pronto non solo a vivere per gli altri in un dono completo di sé, ma che è anche pronto ad offrire la propria vita – e molti lungo gli anni lo hanno già fatto – per il riscatto dal degrado morale e materiale di ogni uomo, considerato fratello in Cristo Signore.
Chi si adagia nell’idea che non è possibile cambiare le cose, dimentica non solo chi opera in prima linea, ma, in pari tempo, rinuncia ad opporsi a coloro che sfruttano ed opprimono il fratello e vive nella palude dell’indifferenza e dell’egoismo personale o di gruppo.
In altre parte del settimanale (pagina 20) Rolando Pizzini ci ricorda la figura di padre Angelo Confalonieri, nato a Riva, all’inizio dell’Ottocento, missionario cappuccino e primo “bianco” ad aver vissuto in Australia “con e per gli aborigeni” e morto di stenti e fatiche a soli trentanove anni. Quanti trentini avevano mai sentito parlare di padre Confalonieri? Anche oggi ci sono tanti “padri Segalla”, segno di speranza per un mondo più buono e più giusto: verso di loro devono rivolgersi la nostra solidarietà e la nostra condivisione.
R.S.