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Quelle lettere tra Alcide e don Giulio
E’ uno scambio di lettere tra due giornalisti che operano in tempi difficili. Un dialogo tra un prete ed un laico i quali, entrambi in spirito di laicità, intendono migliorare il mondo che li circonda. Il carteggio tra don Giulio Delugan e Alcide Degasperi, proposto da Maurizio Gentilini nel volume “Fedeli a Dio e all’uomo”.
In un volume di Maurizio Gentilini, edito dal Museo Storico, il rapporto fra Delugan e Degasperi. Con molti spunti di attualità
E’ uno scambio di lettere tra due giornalisti che operano in tempi difficili. Un dialogo tra un prete ed un laico i quali, entrambi in spirito di laicità, intendono migliorare il mondo che li circonda. Il carteggio tra don Giulio Delugan e Alcide Degasperi, proposto da Maurizio Gentilini nel volume “Fedeli a Dio e all’uomo”, oltre che un utile contributo di carattere storico, è di estrema attualità in quanto tocca temi che oggi, a molti decenni di distanza, sono ancora all’ordine del giorno.
Il primo è proprio quello dell’identità della stampa cattolica all’interno della Chiesa e nel contesto sociale. Il dibattito a questo proposito è oggi più che mai aperto. Delugan, al tempo delle lettere, dirigeva “Vita Trentina”, giornale nato nel 1926 per supplire – tra l’altro – all’assenza della stampa cattolica provocata dagli interventi del regime fascista che aveva soppresso ad esempio “Il Nuovo Trentino” di Degasperi (indotto a dimettersi da direttore). Che libertà ha il giornalista in un contesto di illiberalità e di omologazione? “Seguo come posso il giornale (“Vita Trentina”, ndr.) – scrive Degasperi nel 1932 – e comprendo che lavorate molto. Iddio ne terrà conto, ma qual conto ne faranno gli uomini non so. Si preparano certo dei tempi, nei quali l’ordinario contributo dei nostri sforzi verrà soverchiato da forze straordinarie”.
Un secondo punto assai attuale è quello del rapporto tra Chiesa e politica. Meglio: tra Chiesa e governo. Il problema si pose in particolare nel 1929 quando la Chiesa italiana, per garantire l’approvazione dei Patti Lateranensi, dovette suo malgrado (magari per qualcuno anche con convinzione) invitare i cattolici a votare a favore del regime in occasione del cosiddetto “plebiscito”. “Ho sofferto molto – scrive Degasperi nel maggio del 1929 all’amico prete – perché ebbi la sensazione netta dell’errore tattico che si commetteva e quella miserabile della mia impotenza ad impedirlo”. Egli in sostanza sostiene che i cattolici si sono fatti abbindolare dalla propaganda di regime, quando le intenzioni di Mussolini erano chiare da tempo, sarebbe stato sufficiente conoscere la biografia del duce scritta da Margherita Sarfatti, “che si vende a migliaia di copie e che i cattolici si ostinano a non leggere”. Questa impreparazione e, diciamo pure, ignoranza del mondo cattolico, non è forse un male anche dei giorni nostri?
Don Giulio definisce Degasperi “il cattolico guidato da una fede granitica, coerente, cristallina, di una condotta pratica esemplare e a volte veramente ammirabile”. E tuttavia “laico” nel suo modo di intendere la politica, sulla base di “una chiara distinzione” fra religione e politica, “l’autonomia dell’azione politica in ciò che non tocca la religione e in tale materia una responsabilità personale dell’uomo politico”. Una laicità, anch’essa attualissima, che si fonda non certo sull’amoralità della politica, quanto invece (al contrario) sulla responsabilità e la testimonianza dei cittadini. Degasperi, scrive Delugan, “capì che quello che vale non è la retorica del cristianesimo, ma il cristianesimo realmente vissuto, la testimonianza della vita cristiana integrale e coerente”.
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