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L'eredità non raccolta di Alcide De Gasperi
Una volta alzati gli occhi dal libro che raccoglie il carteggio fra Alcide Degasperi e don Giulio Delugan – “Fedeli a Dio e all’uomo” – resta la sensazione di una profonda distanza dalla loro statura.
Una volta alzati gli occhi dal libro che raccoglie il carteggio fra Alcide Degasperi e don Giulio Delugan – “Fedeli a Dio e all’uomo”, curato da Maurizio Gentilini e pubblicato dal Museo Storico del Trentino – resta la sensazione di una profonda distanza dalla loro statura. Erano uomini in piedi, di quella libertà radicata nello spessore della fede e vissuta con quell’autentica passione ecclesiale, che – proprio perché tale – implica laicità, indipendenza, estraneità agli opportunismi di bandiera.
Stare in loro compagnia è come camminare sulle alture: lo scrivo con la vertigine di essere nel ruolo che fu di Delugan; e non consola il constatare che sul versante politico, nonostante le auto-candidature, non c’è nemmeno l’ombra della dignità, dell’umiltà e quindi della grandezza di un Degasperi.
Presentate martedì 13 a Trento, queste lettere abbracciano decenni: dicono continuità, fedeltà di rapporto, stima ed amicizia vicendevoli.
“Se sapesse come mi sento solo in questa Roma così popolata” scrive Degasperi al direttore di Vita Trentina nel 1928. Una solitudine sulla quale pesa l’umiliazione di non poter riuscire – a livello economico – a bastare nemmeno a se stessi; una solitudine rischiarata dalla fiducia nella Provvidenza e dalla generosità degli amici. Tra questi eccelle di mons. Celestino Endrici: “Ho perso un fraterno amico, che non mi abbandonò nei momenti più tristi” annoterà di getto Degasperi nel 1940, alla notizia della morte dell’Arcivescovo di Trento. Quest’ultimo non soltanto l’aveva sempre sostenuto nella persecuzione a cui lo sottopose il regime fascista, ma gli era riferimento sicuro: “La mente più chiara, più moderna, più aperta ch’io incontrassi fra il suo clero, un governatore che nei momenti critici afferrava con mano sicura ed affrontava la responsabilità della decisione”.
Una saggezza ed una capacità di giudizio che l’Arcivescovo aveva saputo anche trasmettere: Degasperi ne dà prova, ad esempio, nella lucidità con cui critica il Concordato, preoccupato che esponesse la Chiesa al pericolo di una compromissione con il regime, fino al rischio di confondere nel popolo cattolicesimo e fascismo. Non per nulla lo Statista trentino stigmatizzerà l’invito della Chiesa a votare a sostegno del governo alle elezioni del 24 marzo 1929 come “un sacrificio all’intelletto” e un’“eccessiva illusione e bonarietà dei cattolici”, le cui “speranze infantili” sarebbero state presto destinate a tramutarsi in delusione, alla stregua di ciò che “avviene nell’amore respinto”.
Nel saggio introduttivo Maurizio Gentilini ricostruisce con finezza i contesti: lavoro prezioso e ormai raro, per noi esposti ad cronaca spesso slegata da ogni quadro di riferimento, che solo permette di interpretarla.
«Rubiamo» l’ultima citazione a Delugan, con l’intento di leggervi un appello e per qualcuno, forse, anche una conferma della bellezza di un’esistenza spesa per qualcosa che resta: “Nella vita cristallina, limpida, sempre coerente di De Gasperi mi par di dover leggere il monito a considerare la vita non come una bella commedia, nella quale si possa o si debba darla ad intendere, ma come il cammino sotto gli occhi di Dio, dove ciò che conta e costituisce il vero, genuino valore ed in definitiva trionfa, è il compiere in semplicità, modestia e umiltà il proprio dovere, il vivere nella schiettezza e nella verità”.
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