Hospice, cure palliative, stato vegetativo, demenza senile, desistenza terapeutica. Sono tanti i nuovi termini che si riversano come un fiume in piena che rischia di travolgere spesso quelle che sembrano le uniche deboli risorse di tante famiglie alle prese con una grave malattia di un loro caro.

  Nonostante l'ampio dibattito in corso sui malati definiti incurabili, famiglie e strutture sanitarie sono spesso alleate per sostenerli. A Trento i medici Maltoni e Guzzetti...

 

Nonostante l'ampio dibattito in corso sui malati definiti incurabili, famiglie e strutture sanitarie sono spesso alleate per sostenerli. A Trento i medici Maltoni e Guzzetti

Milano - L'inserto speciale di "Avvenire" dedicato al messaggio dei Vescovi per la Giornata per la vita. - 2010 -

Hospice, cure palliative, stato vegetativo, demenza senile, desistenza terapeutica. Sono tanti i nuovi termini che si riversano come un fiume in piena che rischia di travolgere spesso quelle che sembrano le uniche deboli risorse di tante famiglie alle prese con una grave malattia di un loro caro. Ciò che per gli addetti ai lavori rientra tra i casi clinici, per un congiunto ha il volto di un figlio, fratello, padre che non si riconosce più. E se, umanamente parlando, l'impotenza di un'azione potrebbe paralizzare – talvolta anche la tentazione di fuggire è forte – è il cuore, più che la ragione, a suggerire la scansione dei giorni, è l'affetto che fa compiere quello che solo qualche mese prima sembrava impossibile, è l'empatia che legge i bisogni inespressi, è l'amore che vede un volto come ormai non è più.

Perché “ogni vita chiede amore”, come titolava l'incontro promosso dalle Associazioni laicali martedì scorso a Trento presso la Sala della Cooperazione con la presenza dell'arcivescovo Bressan. Una serie di disguidi tecnici – prima la sostituzione del relatore il giurista Francesco D'Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di Bioetica, poi un certo ritardo nella messa in funzione dei computer – ha suggerito agli organizzatori l'opportunità di rivedere la scaletta, “partendo dal basso”, come diceva Mario Franzoia. E allora il dono di due testimonianze familiari. Quella di Luca, Gabriella e Bruno Armanaschi, rispettivamente fratello e genitori di Laura, bolzanina scomparsa nel dicembre scorso a trentotto anni dopo due decenni trascorsi da invalida a seguito di un incidente stradale. E quella di Mariangela, tre figli, che ha raccontato la vita con il padre anziano portatore di tutta una serie di patologie tra cui l'Alzheimer. Forse solo la punta di un iceberg, quella emersa in sala, perché in questi anni è difficile trovare una famiglia che non conviva o abbia convissuto con una malattia cronica, un cancro, una qualche forma di depressione e quant'altro di un congiunto. Ogni parola spesso è superflua, solo l'amore gratuito che sgorga improvviso è capace di compiere il miracolo quotidiano che cementa i rapporti, se guidato da un Amore più grande.

Ma le famiglie oggi non sono da sole: esiste ormai tutta una rete di possibilità a supporto istituite in questi anni dalle strutture sanitarie. Che hanno inventato il termine di “cure palliative”, ben rappresentato da quell'immagine di San Martino che divide il mantello col povero mostrata da Marco Maltoni, responsabile del Centro omonimo presso l'Ospedale di Forlì. In pratica un Hospice – alla stregua del St. Christopher, quello fondato da Cicely Saunders in Inghilterra ancora nel 1967 – una struttura che accoglie quanti sono affetti da patologie croniche inguaribili. Dove “ogni istante ha un valore infinito”. Dove fondamentale è lo sguardo di cura per far riconoscere all'altro la dignità di cui è portatore. Non nasconde le difficoltà il medico, che ben conosce l'ampiezza del dibattito in corso. Spesso è una questione di termini – cosa significano “accanimento o desistenza terapeutica”, “nutrizione”, “eutanasia in atto commissivo o omissivo” - sui quali medicina e soprattutto biologia si interrogano perché oggi la dimensione è bio-molecolare e forse solo la biofisica potrà giungere a qualche risposta. Più spesso anche questione di ferree logiche di bilancio. “Forse ho semplificato cose molto complesse” la saggia conclusione. Che nulla ha tolto all'intervento di Giovanni Battista Guzzetti, chiamato dal 1986 a dirigere un reparto di ventiquattro posti letto per ammalati in stato vegetativo al Don Orione di Bergamo. Uno stato la cui definizione “paga” un 40% di errore diagnostico, dove anche la medicina – e non poteva fare altro nel mondo di oggi – ha dovuto abbandonare ogni certezza per affidarsi, com'è la natura della scienza, sulla “probabilità”. Ma dove la definizione più appropriata sembra ancora – come suggeriva Guzzetti - quella data da Hanna Arendt di fronte alla disumana realtà dei totalitarismi: “persone che hanno perduto ogni altra qualità eccetto quella fondamentale di essere uomini”.

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