Era proprio necessario per l'operazione umanitaria dell'Italia muovere la nave da guerra ammiraglia della nostra Marina? Perplessità, dubbi e qualche domanda intorno alla “missione umanitaria”.
L'esperto di difesa: la missione è “un investimento e non solo una spesa poiché porterà anche a un positivo ritorno d’immagine e commerciale”
Dieci giorni di navigazione, una tappa in Brasile per imbarcare elicotteri e militari, e la portaerei Cavour, fiore all'occhiello della Marina militare italiana, è arrivata ad Haiti per la sua missione di aiuto alla popolazione colpita dal terremoto. O, meglio, è arrivata nelle acque territoriali di Haiti. Già, perché la Cavour è troppo grande per attraccare sull'isola. E, per ora, gli aiuti vengono inviati attraverso un ponte aereo.
Era proprio necessario per l'operazione umanitaria dell'Italia muovere la nave da guerra ammiraglia della nostra Marina? L'interrogativo posto dal sito di informazione sulle questioni globali Unimondo è condiviso dalla Tavola della pace (si veda sopra e l'intervista a Flavio Lotti in questa pagina) e dalla Rete Disarmo, cui si è unita la voce di Pax Christi Italia.
Già, serve e a che cosa serve mandare una portaerei da 1300 milioni di euro – tanto è costata - ad Haiti? Già nel 2001 mons. Bona, l’allora presidente di Pax Christi, poneva dubbi sulla necessità di dotarsi di una portaerei: “Ne abbiamo proprio bisogno? Certamente i tecnici della lobby industrial–militare adducono tante ragioni per giustificare l’opportunità...”.
“Non possiamo nascondere il timore – afferma Pax Christi in un comunicato - che questa operazione, sponsorizzata dalle grandi aziende che lavorano con il militare e che hanno realizzato questa nave, diventi più un’operazione di facciata, utile più al mondo militare che alla popolazione di Haiti. Non dimentichiamo che l’Italia oggi è il secondo Paese al mondo per esportazione di armi”. Del resto, non è stato lo stesso ministro La Russa ad ammettere di avere bisogno ancora di qualche certezza, “come quella, ad esempio, che non sia una pura operazione di vetrina, ma un aiuto concreto a quelle popolazioni così duramente colpite" (Adnkronos, 16 gennaio).
“Sono tutte domande cadute nel vuoto della politica italiana”, osserva Giorgo Beretta della Rete Disarmo, “ma devono aver fatto fischiare le orecchie al ministro La Russa che al varo della 'missione umanitaria' della nave da guerra si è premurato di precisare che 'il costo complessivo della missione al momento non è quantificabile perché dipenderà dalla sua durata', mentre è stato quantificato il costo giornaliero: varia dai 100 ai 200 mila euro, a seconda che la nave sia ferma o in navigazione e a seconda della velocità".
Ma soprattutto, sottolinea Beretta, il ministro La Russa ha tenuto a sottolineare che "le aziende saranno in grado di coprire il 90% dei costi dell'operazione".
Quali aziende? Molte di quelle che lavorano con il militare e hanno realizzato la Cavour. Società come Finmeccanica, Fincantieri, Eni, che dovrebbero presto sedere nel consiglio di amministrazione di "Difesa Servizi spa", la holding detenuta dal ministero della Difesa la cui costituzione è prevista nell'ultima finanziaria e che si occuperà di gestire i beni demaniali del ministero della Difesa, costruire centrali nucleari, inceneritori, creare eventuali siti di stoccaggio di scorie nucleari. E di sponsorizzazioni. Stando alle parole del ministro, quella ad Haiti sarebbe la prima di queste "missioni sponsorizzate".
Ma perché un'azienda italiana dovrebbe investire soldi per una missione al di là dell'Atlantico? “Perché le aziende militari italiane ormai sono globali e gli affari che contano non li fanno certo con i sempre più striminziti fondi messi a disposizione dal Governo per l'approvvigionamento del comparto militare o con la rivendita dei siti militari dismessi”, spiega Beretta. “I veri affari si fanno vendendo armamenti e battendo la concorrenza internazionale che è soprattutto quella delle altre aziende europee e americane del settore. E quale miglior occasione per pubblicizzare il Made in Italy militare se non l'invio di una portaerei nuova di zecca in un'area di crisi?”. Affermazioni forti, fuori luogo di fronte al dramma del popolo haitiano? Un esperto di analisi militare come Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, “legge” la missione con le stesse lenti. L’impiego “umanitario” di una nave da guerra come la Cavour, osserva nel suo blog su Panorama, non è fuori luogo per la necessità di ottimizzare il costo della Cavour (circa 1,5 miliardi di euro in otto anni). E sottolinea che “un’operazione come questa ha anche implicazioni di visibilità e prestigio per l’Italia”. Eh sì, “soprattutto a questo servono le portaerei”. E conclude affermando che la missione “costituisce quindi un investimento e non solo una spesa poiché porterà anche a un positivo ritorno d’immagine e commerciale per il 'made in Italy' con possibili ricadute in termini di posti di lavoro e di commesse industriali”. Alle ricadute in termini occupazionali poco crede Beretta, che ha ben presente la vicenda degli aerei da combattimento JSF F35: la partecipazione italiana alla produzione di 131 caccia bombardieri ci costerà 15 miliardi di euro, ma le ricadute in termini di posti di lavoro sono risibili in confronto all'impegno economico.
Haiti come vetrina del made in Italy delle armi? “La questione non è peregrina. L'Italia nel 2008 è stata il secondo paese al mondo per contratti (agreements) relativi ad esportazioni internazionali di armi”, ricorda Beretta, snocciolando alcuni dati: un portafoglio d'ordini del valore di quasi 3,7 miliardi di dollari che piazzano il Bel Paese ben lontano dietro gli Stati Uniti (37,8 miliardi di dollari), ma davanti ai più blasonati produttori mondiali di armi come la Russia (3,5 miliardi di dollari di contratti ufficiali nel 2008), la Francia (2,6 miliardi) e la Germania (1 miliardo). E ora guarda con interesse ad altri mercati, come l'America Latina: “L’acquisto di nuovi equipaggiamenti militari in Brasile e Venezuela sta infatti determinando una corsa alla modernizzazione degli arsenali in un continente sempre più affrancato dall’influenza degli Usa e nel quale l’Italia può ritagliarsi ampie fette di mercato tecnologico e militare”, dice ancora Beretta. Navi come la Cavour, anche con dimensioni più contenute ma con le stesse caratteristiche di versatilità multi-missione, potrebbero raccogliere l’interesse di alcuni Paesi del Sud America; in particolare proprio del Brasile “che dispone di una vecchia portaerei ex francese”. Proprio il Paese i cui mezzi e i cui militari abbiamo imbarcato sulla Cavour per la missione “umanitaria” ad Haiti.
Conclude con un ragionamento più ampio, Beretta: “Oggi le guerre non vanno di moda e chi le promuove finisce col trovarsi impantanato fino al collo. E non danno certo tutta la visibilità - nazionale e internazionale - delle 'missioni di pace' che son sempre meno indigeste all'opinione pubblica soprattutto se sono ben gestite mediaticamente. Molto meglio quindi dedicarsi alle 'missioni di pace' o, per dirla col ministro La Russa, alle 'missioni di aiuto'. Parafrasando Sordi: finché c'è crisi, c'è speranza”.

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