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Sfida mistica a Cannes
The Tree of Life di Terrence Malick strega Cannes e vince. I temi affrontati sono tanti, misteriosi e affascinanti; e naturalmente gli interrogativi che pone non si esauriscono nella visione del film ma vanno oltre, come del resto lo stesso film va oltre il cinema e lo utilizza come strumento di rappresentazione di concetti metafisici.
The Tree of Life di Terrence Malick strega Cannes e vince.
Certo, chi conosce questo regista americano sa anche che la sua fama e il suo mito si basano su una cinematografia quanto mai scarna, La sottile linea rossa e The New World per citare i più famosi di 5 film, e su una vita lontana dai riflettori (nemmeno la premiazione a Cannes è riuscita a stanarlo): ma più di tutto su un particolarissimo stile mistico, visionario e filosofico. Se esistesse un genere cinematografico “filosofico”, ecco: tutti i film di Malick sarebbero film filosofici. Quest’ultimo, The Tree of Life, è qualcosa di più, è quasi mistico, nel senso che in questo film, Malick rappresenta con immagini impareggiabili il senso religioso della vita.
I temi affrontati sono tanti, misteriosi e affascinanti; e naturalmente gli interrogativi che pone non si esauriscono nella visione del film ma vanno oltre, come del resto lo stesso film va oltre il cinema e lo utilizza come strumento di rappresentazione di concetti metafisici.
Però una trama, seppur labile, c’è.
Una famiglia vive nel Texas degli anni Cinquanta, (a Waco, dove Malick è nato nel 1943, c’è qualcosa di autobiografico); un padre - un convincente Brad Pitt - con una fisicità aggressiva e violenta, una mamma al contrario affettiva ma remissiva, e tre figli. La loro storia viene ricordata dal figlio maggiore, adulto, che vive in mezzo ai grattacieli di una metropoli ed è interpretato da un assorto Sean Penn, quasi ispirato. Inquieto e diviso tra la figura paterna e la figura materna, riassume e interpreta tutte le inquietudini umane, la sofferenza e l’irresolutezza di chi è diviso tra la natura, cioè il padre, e la grazia, ovvero la madre.
All’inizio, il film riprende una citazione biblica dal libro di Giobbe e afferma che la vita ti offre due vie: la natura e la grazia. Chi sceglie la grazia dona un senso “altro” alla vita, sceglie l’amore, il perdono, la riconciliazione; chi segue la natura rimane ancorato alla concretezza di ciò che accade, alla affermazione del proprio io sull’altro, e non guarda oltre, non guarda il cielo.
Nel mistero della vita stessa – tutta la vita di tutto l’universo, dall’inizio - sono condensati questi elementi, sta all’uomo trovare la sua strada: come nella scena incredibile del dinosauro che immobilizza un suo simile con una zampa e poi, non si sa per quale misteriosa ragione, se ne va e lo salva.
Una storia intrecciata da voci fuori campo, dialoghi anzi monologhi con Dio, suoni e rumori, sequenze di una bellezza sublime, secondo la cifra stilistica del regista che propone una ambiziosissima sfida visiva di circa mezz’ora sulla formazione del mondo. Nessun regista è riuscito a visualizzare con così intensa poeticità la creazione della prima cellula, il respiro e il movimento della prima forma vivente; nessuno è riuscito a esprimere in immagini la tenerezza, l’amore e la grazia di un neonato. Torna negli occhi 2001 – Odissea nello spazio di Kubrick, ma in tutt’altra direzione.
“L’albero della vita” è un inno e uno slancio religioso verso Dio, verso un trascendente di cui si intuisce in ogni scena la presenza: per questo più che un film è un’esperienza emozionale fatta di immagini che non si cancellano. Rimane, rimarrà sempre quella visione mozzafiato del cielo che, se nei precedenti film era solo uno sguardo, forse di speranza o forse no, ora è qualcosa di più: è dove abita Dio.

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