Sono migliaia le vittime del trafficking che alimenta il mercato degli esseri umani – moltissimi minorenni - destinati a lavorare nelle piantagioni di cacao in Costa d'Avorio. Lo documentano il giornalista Miki Mistrati e il film-maker Roberto Romano, autori del film-inchiesta “The Dark Side of the Chocolate – Il lato oscuro del cioccolato” (Danimarca, 2010), in concorso al Festival internazionale di cinema cibo e videodiversità “Tutti nello stesso piatto”. Mistrati ci è venuto a trovare in redazione.

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Costa d'Avorio - Un bambino impiegato nella raccolta dei semi di cacao (dal film-inchiesta di Miki Mistrati e Roberto Romano "Il lato oscuro del cioccolato". - 2009 - Miki Mistrati

Costa d'Avorio - Un bambino impiegato nella raccolta dei semi di cacao (dal film-inchiesta di Miki Mistrati e Roberto Romano "Il lato oscuro del cioccolato". - 2009 - Miki Mistrati

Stazione degli autobus di Sikasso, esterno giorno. Qui, nella città del Mali dove nel giugno 2007 si è svolto il “Summit dei popoli” con i leader dei Paesi più poveri dell’Africa, una telecamera nascosta inizia a riprendere. Alcuni uomini avvicinano un gruppo di ragazzini. Parlottano un po', poi li fanno salire su uno degli autobus in partenza. La destinazione, una piantagione di cacao in Costa d'Avorio. La scena si sposta alla frontiera tra i due Paesi. Un bimbetto che avrà si e no otto anni piange in modo irrefrenabile. E' una delle migliaia di vittime del trafficking che alimenta il mercato degli esseri umani – moltissimi minorenni - destinati a lavorare nelle piantagioni. Dall'altra parte dell'obiettivo ci sono il giornalista Miki Mistrati e il film-maker Roberto Romano, autori del film-inchiesta “The Dark Side of the Chocolate – Il lato oscuro del cioccolato” (Danimarca, 2010), in concorso al Festival internazionale di cinema cibo e videodiversità “Tutti nello stesso piatto” (giovedì 1 dicembre alle 20.45 al cinema Astra a Trento la proclamazione dei vincitori).

“Tutto ha avuto inizio nel supermercato sotto casa”, ci racconta Mistrati, accompagnato in redazione da Beatrice De Blasi, direttrice artistica del Festival. Il pluripremiato giornalista di origine italiana ha presentato in anteprima europea a Trento il suo sconvolgente documentario che scopre il coperchio sullo squallido ma lucrativo commercio di bambini dal Mali e dal Burkina Faso verso le piantagioni di cacao della Costa d'Avorio. Mistrati fa il gesto di assaggiare un pezzo di cioccolato. “Tra le tavolette delle diverse marche ce n'era una del 'fair trade', del commercio equo. Ma come, mi chiesi, se questa è del commercio equo, significa che le altre sono... del commercio iniquo?”. L'interrogativo spinge Mistrati a compiere una prima, rapida ricerca su Internet. Digita “chocolate” - ciccolato – e ottiene migliaia di risultati. “Nulla però su questo rapporto commercio equo – cioccolato, se non qualche generico riferimento allo sfruttamento del lavoro minorile. Decisi che volevo saperne di più sul traffico di bambini legato alla produzione del cacao”.

E' una ricerca che porta Mistrati prima in Mali e in Burkina Faso, e poi in Costa d'Avorio, il Paese primo produttore al mondo di semi di cacao, con una produzione di 1.221.600 tonnellate (dati 2009, fonte: Faostat); insieme con il Ghana, coltiva il 60% della produzione globale.

Costa d'Avorio - Il giornalista danese Miki Mistrati durante la realizzazione del film-inchiesta "Il lato oscuro del cioccolato". - 2010 -

Costa d'Avorio - Il giornalista danese Miki Mistrati durante la realizzazione del film-inchiesta "Il lato oscuro del cioccolato". - 2010 -

“Il nostro viaggio – racconta ancora Mistrati – ci ha portati fino al confine tra Costa d'Avorio e Mali, alla ricerca delle prove del traffico di minori tra i due Paesi, e poi nel nord della Costa d'Avorio, dove la presenza delle milizie armate che dal commercio di esseri umani traggono profitti ingenti ci ha però costretti ad andarcene prima che la situazione si facesse troppo pericolosa”. Meno problemi, paradossalmente, Mistrati li ha avuti nelle piantagioni di cacao visitate. “Dappertutto ci sono minori reclutati in Mali e in Burkina Faso, attirati con la promessa di un guadagno, che in realtà non vedranno mai”.

Quali le dimensioni del fenomeno? Nell’agosto 2002, l’Istituto Internazionale d’Agricoltura Tropicale (IITA, che ha sede a Ibadan in Nigeria) ha realizzato uno studio su 15.000 piantagioni di cacao poste in quattro paesi che producono i due terzi del cacao mondiale - la Costa d’Avorio, il Ghana, la Nigeria e il Camerun - e ha censito 284.000 bambini, per lo più stranieri e con meno di 14 anni, che lavorano nelle piantagioni. Sono gli ultimi dati disponibili. Ma non c'è solo il cacao. Nel mondo, il settore agricolo, secondo le stime del Programma internazionale per l’eliminazione del lavoro minorile (IPEC) dell’Organizzazione mondiale del lavoro (ILO), impiega il 60% del totale dei minori lavoratori: circa 132 milioni di bambini e bambine, che invece che andare a scuola, sono sfruttati fino allo sfinimento nei campi.

“Si tratta di lavoratori palesemente illegali”, osserva Mistrati, che spiega però come le grandi compagnie produttrici giustifichino la presenza di questi bambini e bambine: “Dicono che è legale che i bambini stiano accanto ai loro familiari. Ma la verità è che i minori che noi abbiamo incontrato e intervistato non sono del posto, non sono accompagnati e invece che andare a scuola, come sarebbe loro diritto, sono costretti nei campi”. Minori che, come se non bastasse l'essere condannati a un destino di fatiche disumane, costretti come sono a portare sacchi di semi di cacao pesanti fino a 50, 60 chili, spesso finiscono per essere vittima anche di abusi sessuali.

E i controlli? Mistrati sorride amaro, pensando alla corruzione endemica, come ha denunciato Papa Benedetto XVI nel suo recentissimo viaggio in Benin. “In Costa d'Avorio ci sono 800 mila piccole aziende ed è impossibile controllarle tutte. Il governo statale non ha sovranità sul bush, la savana coperta di arbusti dove si trovano le piantagioni. Eppure noi abbiamo filmato a sole 4 ore di macchina da Abidjan, la capitale economica del Paese. Ma è più facile chiudere gli occhi...”.

Occorrerebbe invece tenerli bene aperti, gli occhi. Come cercano di fare le realtà del commercio equo, svolgendo una preziosa opera di informazione sia nei Paesi produttori sia nei Paesi dove le merci vengono importate, lavorate e consumate. “La verità è che negli ultimi anni è diventato sempre più difficile per noi lavorare con l'Africa”, riconosce De Blasi, citando gli esempi del Ghana (“Abbiamo sospeso un produttore”) e dell'Etiopia, dove “è impossibile controllare tutta la filiera produttiva, per la presenza soffocante dello Stato”.

La palla torna dunque nel campo dei consumatori. “Il consumatore deve acquisire consapevolezza, deve domandarsi se nel prodotto che acquista c'è una componente di sfruttamento”, afferma Mistrati. “Io da giornalista non dico alla gente cosa deve o non deve fare, cosa deve o non deve acquistare. Ma ho la responsabilità di mostrare quello che accade, perché, ripeto, la gente possa scegliere con consapevolezza”. La stessa motivazione che anima i promotori del Festival “Tutti nello stesso piatto”: ristabilire il flusso di conoscenza tra consumatore e cibo. Mostrare, documentare, raccontare i percorsi di produzione, perché “cambiare si può”. La firma, ai primi di settembre, dell'impegno da parte di otto grandi compagnie dell'industria del cioccolato e del cacao (ADM, Barry Callebaut, Cargill, Ferrero, The Hershey Company, Kraft Foods, Mars Incorporated e Nestlé) a destinare 2 milioni di dollari per una nuova Partnership Pubblico-Privato (PPP) con l'Organizzazione mondiale del lavoro per combattere il lavoro minorile nelle comunità delle coltivazioni di cacao in Ghana e Costa d'Avorio, è un piccolo passo nella direzione dell'eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile nelle catene di fornitura del cacao nell'Africa Occidentale. La prossima volta che mordiamo una tavoletta di cioccolato, sappiamo perché ci sembrerà più dolce.

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