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Colpo di coda
Famiglia e cinema. Un binomio raro che per una volta si realizza non sull’onda dell’ennesimo film d’animazione, ma per un’opera a soggetto “pescata” dalla cronaca. Una storia delicata e commovente basata sull’equilibrio fra due co-protagonisti: Sawyer, undicenne abbandonato senza apparente ragione dal padre e in evidente crisi pre-adolescenziale, e un delfino femmina sfortunatamente impigliata in una trappola per granchi con la sua pinna caudale, destinata all’inesorabile amputazione.
Famiglia e cinema. Un binomio raro che per una volta si realizza non sull’onda dell’ennesimo film d’animazione, ma per un’opera a soggetto “pescata” dalla cronaca. Una storia delicata e commovente basata sull’equilibrio fra due co-protagonisti: Sawyer, undicenne abbandonato senza apparente ragione dal padre e in evidente crisi pre-adolescenziale, e un delfino femmina sfortunatamente impigliata in una trappola per granchi con la sua pinna caudale, destinata all’inesorabile amputazione.
Al loro casuale incontro e all’intesa a prima vista sulla spiaggia della Florida dove l’animale si è arenato, segue la frequentazione al Clearwater Marine Hospital, struttura specializzata ove Sawyer assume ben presto un ruolo determinante per il pieno recupero del mammifero marino – chiamato Winter - di cui diviene necessario interprete. A Sawyer fa da spalla la graziosa coetanea Hazel, figlia del biologo responsabile della struttura e orfana di madre.
Attorno ai due ragazzi i rispettivi genitori “a metà” e il cugino di lui Kyle, giovane campione di nuoto partito militare e tornato a casa in carrozzina.
Nella storia si incrociano dunque una serie di vite “amputate”, con un disagio fisico o morale più o meno manifesto: comprensibilmente dura, ad esempio, la reazione di Kyle all’improvvisa disabilità. Vite, tuttavia, che a modo loro dimostrano o ritrovano compiutezza, una direzione vitale e una motivazione per puntarvi. Non solo accettando il proprio destino e l’eventuale privazione che ne deriva. Ma anche chinandosi alla necessità, anzitutto fisica, di non riuscire a farcela da soli, dovendo accettare un aiuto esterno, un tutore o un’aggiunta protesica. Pena, nel caso di Winter, la stessa sopravvivenza.
Evitando inopportuni romanticismi – nessuna banale scintilla, ad esempio, tra i due genitori “vedovi” - il film è orientato a suggellare soprattutto l’abbraccio fra il ragazzo e il delfino, non un animale qualsiasi considerata la sua proverbiale intelligenza e socievolezza. E lo fa senza particolari gerarchie di specie: spesso, non a caso, lo sguardo in soggettiva è proprio quello di Winter e anche la pinna artificiale studiata minuziosamente per il mammifero da uno specialista (il sempre convincente Morgan Freeman) offre spunti per future applicazioni sull’uomo. Il percorso di uscita dall’handicap compiuto del delfino diviene inoltre modello di identificazione e di affrancamento per tanti, piccoli (in primis naturalmemnte Sawyer) e grandi. La morale, se si vuole, è piuttosto scontata, così come alcune americaneggianti soluzioni narrative. Efficaci, tuttavia, se pensate per una fruizione familiare, quindi per un pubblico trasversale. Consentendo di uscire di sala alleggeriti da un salutare tuffo in acque cristalline. Quelle letterali della località di “Clearwater”, teatro di questa vicenda. Ma pure quelle metaforiche di un’operazione che sarà anche commerciale ma si distingue per la sua onestà intellettuale. Due ore da consigliare. Anche agli adulti, purché accompagnati da minori.
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