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Una politica dietro le quinte
La politica vera si fa dietro le quinte, mentre la scena pubblica è dominata da quel poco di spettacolo che ancora si riesce ad esibire. Il tema più forte è la riforma del sistema istituzionale, a partire dalla legge elettorale. La bocciatura dei referendum da parte della Consulta era scontata, ma ignorare che un numero rilevantissimo di cittadini considera l’attuale legge elettorale pessima non è più possibile.
Dopo l’era della spettacolarizzazione esasperata si dice che la politica torni a stili più sobri. In parte è sicuramente così, anche se a volte c’è un eccesso di presunta sobrietà: è il solito gioco della retorica dell’antiretorica. In parte il cambio di rotta è legato alla grande incertezza che regna in questo momento sia sul fronte interno che su quello internazionale. In parte però è anche frutto dei riflessi che una situazione del genere ha su un sistema dei partiti quanto mai fragile.
L’orizzonte internazionale è tutt’altro che quieto. La crisi economica non demorde e preoccupa l’attacco all’euro da parte delle agenzie di rating che declassano in maniera sospetta troppe economie (non toccando invece la Gran Bretagna, che non naviga in ottime acque, ma che non ha l’euro: qualcosa vorrà pur dire…). Sebbene non se ne parli molto, la Grecia continua ad andare malissimo ed è ad un passo dal default, cioè dal dichiarare che non onorerà i suoi debiti. Le conseguenze sul sistema finanziario europeo, incluso quello tedesco, sarebbero molto gravi, perché gli stati per non far fallire le loro banche dovrebbero dar loro dei soldi.
Se la si vede in questo modo, credo si capisca perché la Merkel non vuole aiutare i paesi in difficoltà come l’Italia: perché pensa di avere bisogno dei soldi per sostenere il suo sistema finanziario che potrebbe trovarsi in difficoltà non lievi.
Si aggiunga, anche se non si vuole parlarne, che il quadro internazionale non è sereno. La vicenda dei progressi iraniani nel campo della ricerca atomica allarmano e il rischio di un conflitto che avrebbe ripercussioni pesanti sul petrolio non è affatto teorico. Con lo scacchiere mediorientale in confusione dopo le “primavere arabe” e con la situazione in Siria che non riesce a trovare uno sbocco positivo non c’è da stare allegri.
La nostra classe politica più responsabile e una parte della nostra classe dirigente conoscono bene questo scenario, anche se non sanno come reagirvi. La sfida del populismo è sempre in agguato come dimostrano la Lega e l’IDV di Di Pietro, per tacere dell’estrema sinistra che non fa così notizia, ma che è anch’essa attiva. Con le fibrillazioni di corporazioni che non accettano di vedersi ridurre i privilegi di cui hanno goduto c’è spazio per pescare nel torbido.
Così la politica vera si fa dietro le quinte, mentre la scena pubblica è dominata da quel poco di spettacolo che ancora si riesce ad esibire. Il tema più forte è la riforma del sistema istituzionale, a partire dalla legge elettorale. La bocciatura dei referendum da parte della Consulta era scontata, ma ignorare che un numero rilevantissimo di cittadini considera l’attuale legge elettorale pessima non è più possibile.
Razionalità vorrebbe che la riforma venisse fatta in maniera coordinata, perché i temi sono tanti: riduzione del numero dei parlamentari, differenziazione fra camera e senato, sistemazione dei poteri del presidente della repubblica, il tutto con sistemi elettorali adeguati ed idonei per ciascuno di questi segmenti della riforma. Si tratta però di un compito molto impegnativo, che da un lato richiede tempi lunghi (ci vogliono leggi costituzionali che hanno un iter molto lungo), dall’altro avrebbe bisogno di una leadership che potesse far convergere partiti riottosi e per di più pieni ciascuno dei propri azzeccagarbugli in sistemi elettorali e poco disposti ad essere messi da parte.
Si comincia ad avere l’impressione che Monti sottovaluti un po’ il quadro complessivo di questa situazione, essendo troppo concentrato sul trovare una “buona ricetta” (e d’impatto) sull’economia. Ma il sistema sta in piedi se regge nel complesso, altrimenti qualsiasi manovra economica, per seria che sia, verrà erosa dalla speculazione finanziaria che per ora domina incontrastata sui mercati.
I partiti devono ritrovare la grinta per lavorare in pubblico e soprattutto per emarginare il populismo. Apparentemente questo è rischioso, ma è lo assai di più accettare la situazione esistente, perché finirebbero essi stessi nelle spire del populismo.
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