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Una situazione in bilico
La situazione del governo Monti sta diventando più ambigua di quel che non sembri. Da un lato esso incassa ancora, almeno a stare ai sondaggi, un consenso popolare cospicuo (poco sotto il 60% degli intervistati); dall’altro si misura con una protesta corporativa agguerrita e rozza, che non sembra saper bene come trattare. In mezzo si colloca la crisi dei partiti che, a parte le solite frange irresponsabili che cavalcano la spettacolarizzazione, non sanno bene che fare: di abbandonare Monti non se la sentono, di sostenerlo davvero nemmeno.
La situazione del governo Monti sta diventando più ambigua di quel che non sembri. Da un lato esso incassa ancora, almeno a stare ai sondaggi, un consenso popolare cospicuo (poco sotto il 60% degli intervistati); dall’altro si misura con una protesta corporativa agguerrita e rozza, che non sembra saper bene come trattare. In mezzo si colloca la crisi dei partiti che, a parte le solite frange irresponsabili che cavalcano la spettacolarizzazione, non sanno bene che fare: di abbandonare Monti non se la sentono, di sostenerlo davvero nemmeno.
Quel che accade è tipico di tutte le fasi di grande transizione: quando ci fu quella della cosiddetta rivoluzione industriale gli artigiani bruciavano i telai ad acqua o a vapore e le prime macchine industriale; quando si sistemarono i problemi delle proprietà comunitarie in agricoltura ci furono banditismo e ribellismo e si potrebbe continuare con gli episodi. Il governo doveva mettere nel conto le reazioni e darsi una strategia di risposta che fosse un po’ più robusta del “lasciamoli sfogare poi tutto finirà da sé”. Forse accadrà così, ma è tutt’altro che certo, perché va valutato anche come la gente prenderà questa almeno apparente passività (che del resto è una tradizione: così è stato fatto con tutti gli episodi del genere, basti ricordare le proteste per la vicenda delle quote latte).
Il fatto è che al governo mancano canali di comunicazione vera col paese. E’ una illusione berlusconiana quella che possano bastare le comparsate nei tal show televisivi a cui il premier Monti si sottopone non sappiamo se con stoicismo o con un nascosto compiacimento. Poi però la mania è contagiosa è si trasmette a qualche personaggio di secondo piano che non è esattamente all’altezza della situazione (e che, a volte, non si capisce in base a cosa sia stato selezionato).
Un tempo il compito della comunicazione e della formazione della opinione pubblica era stato lasciato ai partiti, che lo avevano anche svolto bene. E’ da un certo tempo che non sono più all’altezza del compito e in questo momento meno che mai.
Quel che angoscia i partiti è la questione della riforma della legge elettorale. Ovviamente se il tema fosse affrontato in maniera propria comporterebbe un ripensamento dell’intero quadro del nostro sistema istituzionale, ma i tempi sono stretti ed a questo non si pensa. Resta la necessità di trovare una soluzione all’indecenza dell’attuale sistema di voto in modo che non sia più in vigore alle prossime elezioni. Su questo ci sarebbe in linea di massima un accordo abbastanza ampio, salvo il fatto che ogni partito vorrebbe poi una soluzione a misura delle sue debolezze. Sembra che il premio di maggioranza non lo voglia più nessuno perché è troppo rischioso: non si sa a favore di chi possa andare e poi, siccome comunque riguarda le coalizioni, distribuirlo all’interno di quella vincente risulterebbe un problema e produrrebbe più insicurezza che stabilità.
C’è il problema di ridare agli elettori una vera possibilità di scelta dei candidati, ma è cosa che, in definitiva, non piace a nessuno: con la volatilità di opinione che c’è (il 50% degli elettori si dichiara nei sondaggi o indeciso o astensionista) si rischia di avere risultati scarsamente controllati, con cambi di casacca post-elettorali e con quote non indifferenti di populisti arrembanti che siederanno sui banche delle Camere.
Dunque avanti nella nebbia: riunioni più o meno clandestine di negoziatori, sparate dei vari aspiranti riformatori che perseguono a volte cervellotici disegni, sottile ostruzionismo di chi spera che tutto possa restare così com’è. Alla faccia del paese naturalmente che avrebbe invece bisogno di messaggi rassicuranti, di vedere una classe politica che lavora apertamente nell’interesse del bene pubblico, e alla faccia dei nostri partner europei ed internazionali che hanno anche loro, come s’è visto, tanti populisti pronti a sentenziare che il comandante Schettino e la Concordia spiaggiata sono le naturali icone di questa povera Italia.
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