Il governo sa di avvicinarsi sempre di più ad un passaggio stretto: le elezioni amministrative di primavera. Come sempre questo mette in fibrillazione i partiti, soprattutto quelli della sua composita maggioranza parlamentare. A seconda di come si pensa queste potranno andare, e poi di come andranno ci sarà una verifica sulla tenuta o meno del governo Monti. Si tenga conto che la tarda primavera è il discrimine per andare o meno alle elezioni anticipate: a dicembre inizia il “semestre bianco”, quello in cui non è consentito al Capo dello Stato sciogliere le Camere. Siccome non si può votare di colpo, né votare a novembre, siccome ci sono dei tempi tecnici, o il governo cade entro metà giugno o arriva per forza a fine legislatura.

La luna di miele del governo si sta inevitabilmente esaurendo e vengono al pettine i non pochi nodi con cui esso deve misurarsi. Ha certamente un vantaggio di immagine e di credibilità internazionale non piccolo, che però è più appannaggio del pre...

La luna di miele del governo si sta inevitabilmente esaurendo e vengono al pettine i non pochi nodi con cui esso deve misurarsi. Ha certamente un vantaggio di immagine e di credibilità internazionale non piccolo, che però è più appannaggio del premier e del suo grande sponsor, il presidente Napolitano, che non della compagine in quanto tale, che sinora, nel suo insieme, non è riuscito ad essere pienamente convincente.

Il presidente della Repubblica, in alcuni discorsi assai impegnativi tenuti a Bologna, sia davanti a platee ampie che in sedi più ristrette, ha spiegato quanto il momento sia difficile e quanto soprattutto sia necessario un cambio di mentalità che non si riesce ancora a capire se veramente il paese sia disponibile ad accettare. La protesta delle “categorie” (questo il termine usato da Napolitano) è più che conservatrice (sindacati inclusi) ed è un lusso che in una fase come questa non ci si può permettere. Però si deve anche notare che il governo è tutt’altro che fermo nel perseguire i suoi obiettivi.

Si prenda una questione piccolissima, ma proprio per questo significativa: l’abolizione del valore legale delle lauree. La si è annunciata in pompa magna e poi si è subito fatto un passo indietro con la scusa che la faccenda era “complicata”. A parte l’osservazione che si dovrebbe supporre che prima di fare un annuncio si verifichi la sua praticabilità, la complicazione in questo caso deriva semplicemente da resistenze conservatrici e dal timore che essa metta in luce un sistema a dir poco scassato come è quello dei titoli di studio nei concorsi pubblici (perché di questo si tratta: in tutti gli altri campi il problema è già stato risolto nella pratica). Ora tutti sanno che in Italia esistono disparità enormi fra i voti che si prendono in certe sedi e quelli in certe altre, che un voto di laurea preso in un tempo doppio o talora triplo di quello richiesto per il corso di studi è un voto che dovrebbe valere la metà o un terzo, che gli sbarramenti per corporazioni di laurea sono segmentazioni improprie del diritto all’accesso a certe posizioni. Però non si può risolvere con un tratto di penna neppure una questione così elementare (e, diciamolo, i docenti universitari stanno dando una non buona prova schierandosi al meglio coi dubbiosi sulla riforma).

Naturalmente parliamo di una questione minore, ma significativa di quel che accade anche per cose ben più importanti. Il fatto è che il governo sa di avvicinarsi sempre di più ad un passaggio stretto: le elezioni amministrative di primavera. Come sempre questo mette in fibrillazione i partiti, soprattutto quelli della sua composita maggioranza parlamentare. A seconda di come si pensa queste potranno andare, e poi di come andranno ci sarà una verifica sulla tenuta o meno del governo Monti. Si tenga conto che la tarda primavera è il discrimine per andare o meno alle elezioni anticipate: a dicembre inizia il “semestre bianco”, quello in cui non è consentito al Capo dello Stato sciogliere le Camere. Siccome non si può votare di colpo, né votare a novembre, siccome ci sono dei tempi tecnici, o il governo cade entro metà giugno o arriva per forza a fine legislatura.

Ciò significa che la partita è in mano ai gruppi parlamentari? Solo parzialmente. Infatti molto dipende dall’atteggiamento che diventerà prevalente nel paese. I partiti sono consapevoli che le elezioni in questo tempo e con questa legge elettorale sono una roulette e dunque, come avrebbe detto il poeta, fanno come il lupo che leva il muso odorando il vento infido. Il fatto è che si trovano davanti un paese in contraddizione con sé stesso, come si vede chiaramente dai sondaggi. Da un alto la maggioranza sembra capire che così non si può andare avanti e che dunque ben venga un governo che mette mano al risanamento. Dall’altro esiste un’altra maggioranza, più o meno numericamente eguale, che sostiene tutte le lotte di categoria, perché si vorrebbe un risanamento a costo zero, cioè che lasciasse a ciascuno i privilegi che ha accumulato negli ultimi decenni (e pazienza se il prezzo lo scarichiamo sui giovani….).

E’ per questo che parliamo di un cammino in salita per il governo Monti.

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