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Addio a Scalfaro, il “traghettatore”
Uomo dell’Azione Cattolica, uomo del Parlamento, uomo della Costituzione (e in questa luce fortemente antifascista): queste tre dimensioni di Oscar Lugi Scalfaro, morto a Roma il 29 gennaio, trovano pieno riscontro quale Presidente della Repubblica.
Fu uno strenuo difensore del ruolo del Parlamento e custode della Costituzione. Il suo settennato fu uno dei più delicati e controversi
Oscar Luigi Scalfaro (Novara, 9 settembre 1918 – Roma, 29 gennaio 2012), portava sempre il distintivo dell’Azione Cattolica inserito nell’occhiello della giacca. In un certo senso si “vantava” di aver fatto parte un’associazione importante come l’Azione Cattolica. Sì, perché era stato in quell’associazione, a Novara, che aveva mosso i primi passi e si era “formato”, il distintivo rappresentava per lui una sorta di gratitudine per quella formazione che poi l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. Allora le classi dirigenti “uscivano” dalle esperienze cattoliche, dalle scuole del Pci e dai maggiori sindacati, compresi quelli agricoli. Era il 1983 e da giovane deputato lo stavo ad ascoltare con una certa soggezione, anche se quella comune appartenenza sembrava ridurre le distanze. Sì perché anche per me l’Azione Cattolica è stata un momento di crescita personale significativo. Non dimenticherò mai gli incontri, i campeggi, le veglie di preghiera con don Silvio Benedetti, già assistente diocesano, innamorato di Dio, dotato di una bontà sconfinata e di una sensibilità acutissima.
Se c’è una prima dimensione che va ricordata di Oscar Luigi Scalfaro, è sicuramente quella dell’essere stato un uomo di fede. Era particolarmente devoto a Maria Santissima, e questo suo essere uomo di fede acquistava maggiore forza perché veniva “semplicemente” testimoniato e non proclamato. D’altra parte l’Azione Cattolica del primo dopoguerra aveva come riferimento Montini che poi sarebbe diventato Paolo VI, il papa che ha portato avanti e concluso il Concilio. Direi che Scalfaro, pur essendo un cattolico sicuramente rigoroso, ha fedelmente interpretato il principio di laicità. C’è un passaggio in un discorso di Giovanni Paolo II del 2005 ai vescovi francesi, pronunciato in occasione dell’anniversario della legge sulla separazione tra le chiese e lo stato promulgata in Francia nel 1905, che espressamente dice: “La non confessionalità dello Stato permette a tutte le componenti della società di lavorare insieme al servizio di tutti.. La laicità, lungi dall’essere un luogo di scontro, è realmente l’ambito per un dialogo costruttivo, nello spirito dei valori di libertà, di uguaglianza e di fraternità”. Concetti che a mio modesto parere hanno trovato in Scalfaro un alto interprete.
La seconda dimensione di questo padre costituente che andrebbe opportunamente ricordata è quella di essere stato uno strenuo difensore del ruolo del Parlamento e in particolare della Camera dei Deputati, dove fu eletto la prima volta nel 1946 come membro dell’Assemblea Costituente nelle liste della Democrazia Cristiana e dove vi rimase ininterrottamente fino a quando, nel 1992, venne eletto Presidente della Repubblica. Considerava il Parlamento il cuore pulsante del sistema democratico.
Una terza dimensione che ha certamente caratterizzato la vita politica di Scalfaro è stata la difesa della Costituzione. Quando il presidente della Repubblica Cossiga dal Colle sosteneva la necessità di arrivare a cambiare la natura della costituzione considerando, almeno in parte, superata la cosiddetta repubblica parlamentare, trovò già allora in Scalfaro un accanito difensore. Per lui la Costituzione, principalmente la prima parte, non era semplicemente un cumulo di astratte norme bensì l’espressione più alta del patto di convivenza che è alla base della nazione, il frutto più oneroso del riscatto nazionale dopo il fascismo e la guerra. In questo senso Scalfaro aveva un’idea sacra della Carta e la difese sempre, fino agli ultimi giorni, da chi intendeva stravolgerla sia sul piano dei contenuti sia su quello più in generale dei comportamenti.
Queste tre dimensioni di Scalfaro (uomo dell’Azione Cattolica, uomo del Parlamento, uomo della Costituzione e in questa luce fortemente antifascista) trovano pieno riscontro quale Presidente della Repubblica. Eletto Presidente della Camera nell'aprile 1992, un mese dopo venne appunto eletto presidente della Repubblica in una fase drammatica per la prima Repubblica, dilaniata dagli attacchi della mafia e da “Tangentopoli”. Un Parlamento diviso e in difficoltà, ricordo la fortissima tensione di quei giorni, trovò la forza, dopo la strage di Capaci in cui persero la vita Giovanni Falcone e la sua scorta, di eleggerlo nel giro di poche ore, era il 25 maggio, al più alto scranno del Paese. Scalfaro si conquistò in poco tempo il soprannome di “Traghettatore” verso la seconda Repubblica. Il settennato al Quirinale di Scalfaro è stato uno dei più delicati e controversi. Assistette allo sgretolamento della Prima Repubblica determinato dall'inchiesta su Tangentopoli e si scontrò ripetutamente con Silvio Berlusconi dopo la vittoria elettorale del Polo delle Libertà nel 1994. La prima occasione si concretizzò quando Scalfaro si oppose alla nomina di Cesare Previti, avvocato del premier, a Guardasigilli, poiché indagato anche se ancora non condannato: al suo posto alla fine fu scelto Alfredo Biondi (Previti andò alla Difesa). Sei mesi dopo, a causa della rottura da parte della Lega Nord, Berlusconi, che fu costretto a dimettersi, chiese a Scalfaro di sciogliere le Camere e tornare quindi alle urne, ma il presidente della Repubblica avviò invece (come prevede la Costituzione) le consultazioni per verificare l'esistenza di una maggioranza alternativa per formare un nuovo esecutivo. La trovò e affidò il compito a Lamberto Dini. Berlusconi, a quel punto, gridò al “ribaltone”.
Il settennato di Scalfaro viene ricordato anche per la celebre frase “io non ci sto”, pronunciata la sera del 3 novembre 1993 a reti unificate, per difendersi dalle accuse di avere gestito fondi neri ad uso personale nell'epoca in cui era stato ministro dell'Interno. In quell'occasione Scalfaro parlò di “gioco al massacro” e imputò l'esplosione dello scandalo Sisde ad un tentativo di infangare la presidenza della Repubblica come ritorsione della vecchia classe politica che le inchieste di “Mani Pulite” avevano decimato.
E' stato sicuramente un protagonista della vita politica democratica nei decenni dell'Italia repubblicana. Tante sue decisioni politiche possono sicuramente prestarsi a valutazioni diverse, ma è indubbio che la sua vita rimane un esempio di coerenza ideale e di integrità morale.
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