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Shousha, risveglio amaro
Verso le nove arrivo al campo, intorno alla chiesa vi sono una trentina di cristiani, solenni e si direbbe in lutto, e vedo che durante la notte di domenica qualcuno ha tagliato tutto il tetto della nostra tenda-chiesa. Non manca nulla, anche la bottiglia del vino per la messa è lì, ma anche un’immagine di Gesù è stata strappata, ed è chiaro che uno o più fanatici si sono messi all’opera per distruggere il nostro luogo di preghiera.
«I rifugiati sono gli ultimi di tutti, senza alcun diritto se non di ricevere quello che altri vuol dare o non dare»
Stamattina alle 8 m’ha telefonato prima un nigeriano, ma parlava così concitato che non riuscivo a capire quel che dicesse, solo che stavano facendo qualcosa alla tenda-chiesa, e che dovevo venire; dopo un dieci minuti anche un eritreo telefona, dicendomi che avevano rovinato la chiesa. Verso le nove arrivo al campo, intorno alla chiesa vi sono una trentina di cristiani, solenni e si direbbe in lutto, e vedo che durante la notte di domenica qualcuno ha tagliato tutto il tetto della nostra tenda-chiesa. Non manca nulla, anche la bottiglia del vino per la messa è lì, ma anche un’immagine di Gesù è stata strappata, ed è chiaro che uno o più fanatici si sono messi all’opera per distruggere il nostro luogo di preghiera.
Vado subito dal colonnello responsabile della sicurezza del campo, che avevo già incontrato qualche giorno fa per dirgli che un soldato, durante la distribuzione di giacche pesanti contro il freddo, aveva intimato a un eritreo di nascondere la crocetta che portava appesa al collo (praticamente tutti i cristiani la hanno). Appena mi vede mi dice che ha comunicato a tutti i suoi militari di non disturbare i cristiani… e gli comunico l’altra notizia, ben peggiore. Torno alla chiesa, con altri eritrei e nigeriani che arrivano per vedere, e si fermano a parlare in gruppetti, e aspettiamo che il colonnello venga come promesso, e sia un testimone di quel che è successo.
Telefono a una responsabile dell’UNHCR perché avverta le persone competenti; oggi il loro personale non è venuto a Shousha – ormai è quasi la regola – perché si sentono minacciati dai lavoratori locali che reclamano o lavoro o soldi. Da giorni, m’hanno detto, non riforniscono più il campo di acqua potabile per i rifugiati! Non è una situazione facile, non so chi abbia ragione o torto, ma è chiarissimo che i rifugiati sono gli ultimi di tutti, senza alcun diritto se non di ricevere quello che altri vuol dare o non dare. Chiamo anche il parroco di Gabès, responsabile ufficiale della zona, e poi il Vicario generale a Tunisi.
Finalmente il colonnello arriva con i responsabili della comunità eritrea, due musulmani e due cristiani: vede i danni e sente la richiesta di poter lasciare questo posto, ai limiti del campo e senza nessuno intorno (tranne un posto di guardia dell’esercito tunisino), per trasferire la chiesa all’interno del campo eritreo, la comunità cristiana di gran lunga più numerosa. Penso che sia la sola struttura che sia rimasta allo stesso posto da un anno, quando i primi migranti africani erano arrivati, scappando dalla Libia in guerra. Al mio arrivo a Shousha a metà maggio dell’anno scorso era già praticamente come l’ho conosciuta finora, salvo che era circondata da tende dove abitavano i rifugiati, ma questo solo per una decina di giorni, e il campo era stato mezzo distrutto e saccheggiato dalla popolazione locale. Ora è venuto il momento di cambiare posto, qui non si può domandare a nessuno protezione contro questo vandalismo.
Grazie a Dio, c’è un’altra tenda utilizzata precedentemente dagli Eritrei per pregare, all’interno del loro campo, e il comitato eritreo non fa nessuna difficoltà; mi dicono che in Eritrea le relazioni fra cristiani e musulmani non conoscono gli scontri purtroppo dominanti in tanti altri paesi, basti pensare alla Nigeria. Quel che vedo da un anno a Shousha lo conferma e ho lo stesso rapporto di amicizia e di rispetto con tutti gli Eritrei.
Una volta smontata – velocemente: siamo in tanti – la tenda-chiesa, rimane il rettangolo di sabbia pressata da un anno di fede e di preghiera. Trasportiamo il tutto, teli ripiegati e pali metallici raggruppati, li deponiamo in una tenda ed è ora di pranzo (una pasta che oggi sembra migliore di altre volte); consumiamo il pasto tutti insieme seduti per terra come sempre, con la pentola al centro dei due-tre cerchi di persone. Alle tre, come d’abitudine, recitiamo il rosario e alle tre e mezza celebriamo la Messa. Non ci sono cambiamenti. Nel frattempo hanno coperto il suolo di plastica della tenda con le coperte e messo le assi di legno che servono da altare. Siamo una trentina, e la tenda, di color blu, con una luminosità tutta differente dall’altra, ormai sparita, è piena; durante la settimana occorrerà decidere in che modo allungarla, per dare spazio a un centinaio di persone.
I canti sono ancora più forti, in questo ambiente ristretto, e l’atmosfera è ancora molto seria, dopo quello che abbiamo vissuto oggi, ma è l’ennesima prova, specie per loro, e l’hanno superata. Insomma, anche oggi vedo la verità di quel che scrive san Pietro nella sua prima lettera, di esser contenti quando ci insultano come discepoli di Gesù.

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